Rossini e Topolino

Oggi Google dedica il suo doodle a Gioachino Rossini, nato il 29 febbraio di 220 anni fa, ed è un ottimo pretesto per ricordarlo con uno dei più famosi cortometraggi della Disney. Si chiama “Il concerto bandistico” (“The Band Concert”), fu realizzato nel 1935 ed è il primo cartone animato a colori con Topolino. È considerato uno dei migliori corti nella storia della Disney e racconta la storia di uno sfortunato direttore d’orchestra, alle prese con l’ouverture del Gugliemo Tell composta da Rossini. Nel cortometraggio compaiono, oltre a Topolino, Pippo, Clarabella, Orazio e Paperino (ancora col becco lungo).

Liszt e il gatto pianista

Ruggire al cinema

Quattordici anni fa, stava per uscire al cinema The Lion King, il 32esimo lungometraggio di animazione della Disney. Nel tardo autunno, con il titolo Il Re Leone, il cartone animato arrivo anche in Italia, incassando circa 17,5 milioni di Euro (su scala globale il film incassò ben 784 milioni di dollari).

Vincitore di tre premi Oscar per la migliore colonna sonora, la migliore canzone originale e come miglior film, Il Re Leone è sicuramente uno dei lungometraggi di animazione meglio riusciti Disney non solo per le tecniche di animazione, ma anche per la storia e il messaggio del film al di fuori dei tipici schemi affettati e buonisti di molte pellicole disneyane (la scena con la morte del padre di Simba fece discutete molto).

Avevo 13 anni quando andai a vedere Il Re Leone al cinema e la scena iniziale mi è rimasta scolpita in mente. Maestosa, solenne, selvaggia e disegnata con le tinte calde dell’Africa, o di come ce la immaginiamo.

Ciao, Dino

Ciao, Dino.


Il Sorpasso, con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, 1962

Orizzonti

Sotto molti punti di vista la Monument Valley è John Ford e John Ford è la Monument Valley. In quell’incredibile scenario offerto dalla Natura all’uomo a riprova della sua grandezza, Ford girò alcune delle più belle scene dei suoi film ambientati nel vecchio West.

JohnfordNon ho mai giocato a cowboy e indiani da bambino, ma ricordo vividamente i fantastici western di John Ford trasmessi in televisione e visti fino alla fine del primo tempo, poi generalmente scattava il coprifuoco e dovevo andarmene a dormire. Mi addormentavo pensando a quegli spazi sconfinati, sacrificati sul piccolo schermo del televisore, e alle avventure degli eroi moderni immortalati dalla cinepresa di Ford.
Certo, all’epoca non sapevo che le cariche a cavallo, gli scenari immensi, il deserto e tutta l’iconografia del West fossero abilmente ritratti da uno dei migliori “director” del Novecento americano. Eppure intuivo la grandezza del disegno che soggiaceva a quelle pellicole e che, molto probabilmente, ha contribuito a renderle mitiche, nel mio immaginario e in quello di tanti cultori del genere.

A distanza di tanti anni, un recente documentario mi ha fatto tornare alla mente come in un enorme déjà vu le ore passate in compagnia dei film western firmati dal regista americano. Attraverso le interviste dei tanti protagonisti dei suoi film, da John Wayne a Henry Fonda passando per Thomas Mitchell, il documentario ricostruiva l’avventura cinematografica western di John Ford e il suo rapporto non proprio idilliaco con qualsiasi cosa o persona lo circondasse.

Tra i tanti aneddoti raccontati dai protagonisti, mi ha colpito l’episodio narrato da Steven Spielberg, che ebbe modo di conoscere Ford quando era ancora un ragazzo, ma già determinato a diventare regista.
Scorbutico e scostante, il regista di Ombre rosse concesse un solo minuto a Spielberg, il quale – in evidente imbarazzo – confidò che aveva intenzione di fare lo stesso mestiere di Ford. Il regista lo squadrò rapidamente e poi gli chiese a bruciapelo se fosse esperto d’arte. Spiazzato, Spielberg farfugliò qualche parola, fin quando John Ford non lo invitò a osservare alcuni dei quadri che aveva nel suo studio.
«Che cosa ci vedi in quel quadro?» chiese al giovane Spielberg.
«Beh, non saprei: deserto, sabbia…»
«No, no. Per Dio. Cosa ci vedi in quel quadro? Dov’è l’orizzonte?»
«Ah… l’orizzonte è qui in basso».

John  Ford annuì e poi chiese a Spielberg di osservare un altro quadro che aveva, invece, la linea dell’orizzonte molto in alto. Terminato il piccolo giochetto, Ford si prese un momento, giusto per aumentare un poco la suspense, e poi disse solenne: «Vedi, figliolo, ora ti insegnerò un trucco che potrà tornarti utile: per fare un buon film, tieni sempre la linea dell’orizzonte nell’inquadratura o molto in basso o molto in alto, mai in mezzo… E ora, levati dai piedi».
Quello di Ford non fu un semplice modo per liquidare quello strano ragazzotto che voleva fare il regista, ma fu una vera e propria lezione sul suo cinema. E i suoi film ce lo ricordano ancora oggi.

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