“Scusi? ‘ndo sta la Tore Eìffel?”

Chi è ancora costretto tra le calde vie incatramate delle nostre città pensa con ottimismo all’avvicinarsi delle tanto agognate ferie, crogiolandosi nel pensiero del dolce far nulla o pregustandosi viaggi in luoghi mai visitati dove fare una scorpacciata di cultura e arte, covando già una incipiente sindrome di Stendhal.

Turista Viaggiare all’estero significa anche cercare di industriarsi per farsi capire dalle popolazioni autoctone, quei sei miliardi e mezzo di persone che di parlare l’italiano proprio non ne vogliono sapere. Le strategie adottate dal turista d’italica stirpe per farsi comprendere all’estero sono particolarmente diversificate, a testimonianza di quell’arte di arrangiarci che ci ha resi celebri (e spesso spernacchiati) in tutto il globo.
Al livello più alto troviamo l’italiano globetrotter, un vero esempio del turismo politicamente corretto: non usa sandali e pantaloncini corti, non urla per strada, rispetta la coda senza lamentarsi, dove non si può usare il flash non usa il flash, non scrive sui muri, parla un inglese semplice, ma pulito, e spesso anche un’altra lingua con la quale riesce sempre a farsi capire. Nello zaino non porta mai un pallone da calcio.

Al gradino subito inferiore troviamo l’italiano peri-globetrotter, una versione “vorrei ma non posso”: usa pantaloncini corti ma non i sandali, cerca di controllarsi ma parla spesso a voce alta per strada, fa la coda ma si lamenta in continuazione e teme sempre che qualcuno stia per fregarlo, usa il flash ma solo di nascosto, parla un inglese da scuola media inanellando spesso strafalcioni, ma riesce ugualmente a farsi capire. Nello zaino ha sufficiente carta stagnola per creare un rudimentale pallone da calcio.

Scendendo ancora nella classifica, troviamo l’italiano gitarolo, una versione mista tra il casinaro delle gite scolastiche di un tempo e della gitarella fuoriporta trapiantata all’estero: usa pantaloncini corti e usa i sandali con i quali va ciabattando indolente, parla quasi sempre a voce alta, se c’è coda rinuncia alla visita o cerca elaborati stratagemmi per evitarla, scrosta a colpi di flash qualsiasi opera d’arte in scioltezza, non parla inglese e si esprime principalmente a gesti alzando molto il tono della voce, con la convinzione che così l’interlocutore possa capire meglio. Nello zaino, rigorosamente Invicta con le scritte fatte con l’UniPosca, custodisce un pallone da calcio, l’ultima copia della Gazzetta dello Sport che è riuscito a procurarsi e un paio di batterie di ricambio per il suo cellulare.

TuristiEsistono naturalmente altre categorie ancora più in basso, su cui è d’uopo stendere un velo pietoso. I turisti che all’estero pretendono di parlare a tutti i costi l’italiano con la gente del luogo, tuttavia, mi hanno sempre colpito. Convinti probabilmente che le antiche glorie dell’impero romano debbano essere rimaste latenti nelle generazioni contemporanee, questi soggetti non azzardano nemmeno una parola dell’idioma locale, o di inglese, sforzandosi in tutti i modi di farsi capire parlando la lingua di Dante e prendendosela a morte se non vengono compresi.
Per questi soggetti irrecuperabili, oltre al consiglio di andarsene in vacanza ad Alberobello o a Forte dei Marmi, esiste Icoon, un interessante libretto creato per farsi comprendere dall’universo mondo. Il piccolo volumetto racchiude nelle sue pagine una enorme serie di icone, immagini, fotografie e disegni raffiguranti cibi, luoghi, azioni e molto altro ancora. Basta indicare sul libretto l’immagine desiderata al povero straniero malcapitato e tutto il mondo sarà paese.

Conigli, birra e la verde Irlanda

How do you say “rabbit” in Italian? chiese Mr O’Toole. Non poteva chiamarsi altrimenti. Era irlandese.

Era l’estate del 1997 e mi trovavo in Irlanda in vacanza studio con A., l’amico di sempre. Appena giunti nella piovosa Dublino, il gruppo di studenti di cui facevamo parte fu diviso tra le famiglie che ci avrebbero ospitato per le due settimane seguenti. A noi toccarono gli O’Toole, famigliola tipicamente irlandese composta da almeno tre figli. Dico almeno perché nel corso di tutto il soggiorno né A. né io fummo in grado di capire con esattezza quanto numerosa fosse la prole dei coniugi O’Toole, e probabilmente poco ci interessava.

Il viaggio in auto verso la nostra nuova casa fu più traumatizzante del previsto. Abituati alla pronuncia della nostra professoressa di inglese, una newyorkese doc, non capimmo praticamente nulla di cosa Mrs O’Toole andasse blaterando mentre il marito grufolava alla guida. Ci limitavamo a qualche “Yes” e “No”, destando talvolta la curiosità della nostra ospite, che ci fissava con i suoi occhi azzurro ghiaccio, appena nascosti dalla sua chioma rossiccia.
Solo qualche giorno dopo capimmo che quel lungo discorso di Mrs O’Toole non era altro che una dettagliata spiegazione su come raggiungere il college in cui avremmo seguito le lezioni. Incredibilmente riuscimmo a non perderci. Quasi mai.

Birra Dopo alcuni giorni di frequentazione, riuscimmo a rompere il ghiaccio con Mrs O’Toole e impadronirci almeno sommariamente della pronuncia irlandese. Mr O’Toole, invece, rimase a lungo un mistero per noi: usciva per andare al lavoro molto presto alla mattina e non tornava fino al tardo pomeriggio. Una volta rincasato, si dirigeva a passo svelto verso il frigorifero, estraeva un paio di lattine di birra e si spaparanzava sul divano a ingurgitare il nettare di malto e luppolo davanti alla televisione.
Nonostante la nostra presenza, Mr O’Toole si produceva in sonori rutti dando talvolta l’impressione che l’intera casetta andasse in risonanza a ogni sua eruttazione. Del resto, quella era pur sempre casa sua, perché mai cambiare le proprie abitudini per la presenza di due marmocchi italiani? Il mondo intero doveva sapere che a una certa ora Mr O’Toole si attaccava alle lattine di birra, ciò che rimaneva tra un rutto e l’altro non era degno di nota.

Capelli grigi, lunga barba incolta, Mr O’Toole era un omone burbero che galoppava verso la sessantina con l’indolenza di chi non può far altro che allineare un giorno di vita dopo l’altro senza particolare entusiasmo. Dopo la seconda lattina da mezzo litro di birra, la lingua del panciuto irlandese si scioglieva, trasformando Mr O’Toole in un provetto e biascicante oratore. A. ed io evitavamo accuratamente quel momento, lasciando al piccolo Amanieu, un francesotto in vacanza studio ospitato dalla famigliola, l’incombenza di chiacchierare con il nostro burbero ospite. Ma una sera, il nostro piano di sgusciare via dal salotto per tempo fallì miseramente.

Coniglio Seduto sul divano, Mr O’Toole guardava oltre il televisore verso il piccolo giardino interno di casa. Il coniglio dei figli, specie animale considerata da compagnia in numerosi paesi anglosassoni, stava compiendo gli ultimi saltelli nel prato prima di ritirarsi nella tana per la notte. L’uomo osservò per un poco la scena e poi di scatto si voltò verso Amanieu, che lo stava scrutando incuriosito.
– How do you say “rabbit” in French?
Il piccolo francese si schiarì la voce, attese qualche istante per poi rispondere.
– We say “lapin”.
– Oh, nice!
Pochi istanti dopo, Mr O’Toole volse lo sguardo verso di noi, chiedendo nuovamente come si dicesse “rabbit”, ma questa volta in italiano.
– And what about you? How do you say “rabbit” in Italian?
All’unisono, come i nipotini di Paperino, A. ed io pronunciammo il nostro telegrafico verdetto:
– Coniglio.

Mr O’Toole ci guardò con la stessa curiosità con cui un entomologo osserva una nuova specie di bacarozzi appena scoperta. Tracannò una sorsata di birra, eterna, e ci chiese di ripetere. We say “coniglio”, dissi al burbero interlocutore scandendo bene il nome italiano dell’orecchiuto roditore. Mr O’Toole fece un mezzo sorriso di sufficienza, si schiarì la voce è provò a ripete.
– Co-con.. Connillio?! Oh, no, no, no… weird language.
Sbuffò sopprimendo per una volta un rutto, ribadendo ancora una volta quanto bislacca fosse la nostra lingua.

Nonostante fossimo un poco piccati per il trattamento riservato alla lingua di Dante, nessuno di noi due ebbe il coraggio di dire all’estemporaneo interlocutore che in Italia il connillio solitamente lo mangiamo.

Ritornare a volare

 

CharlesNell’agosto del 2002 ho avuto l’opportunità di compiere un viaggio estremamente interessante in Russia, visitando Mosca, l’Anello d’Oro e San Pietroburgo. Naturalmente la capitale dell’ex URSS non è propriamente dietro l’angolo, quindi per poterla raggiungere mi sono dovuto sciroppare diverse ore di volo con Air France, la soluzione più praticabile da Torino. Dopo il viaggetto di collegamento Caselle – Parigi Charles De Gaulle, mi imbarco sull’aeromobile che mi avrebbe dovuto scodellare a Mosca dopo una bella traversata sull’Europa Occidentale (sempre meglio che farsela a cavallo o a piedi come fecero gli eserciti napoleonici).
Mentre l’hostess descrive con sapienti mosse da mimo d’altri tempi la solita tiritera sulle uscite di sicurezza e sulle mascherine per l’ossigeno, l’aeromobile guadagna lentamente la pista per il decollo, passando attraverso numerosi raccordi congestionati come un impermercato il 24 di dicembre. Osservo incuriosito il fitto andirivieni di quegli incredibili mezzi creati apposta per consumare la loro esistenza in cattività negli aeroporti, in attesa che la fila di aeroplani prima di noi spicchi il volo per lasciarci libera la pista.

Finalmente l’aereo ha la lunga lingua di asfalto davanti a sé completamente libera e inizia ad accelerare per vincere la gravità e librarsi nel cielo sopra Parigi. Con quel labile filo di apprensione che pervade qualsiasi bipede privo di ali, lancio un’occhiata dal finestrino al motore e noto che emette un fumo più nero e denso del solito. L’aereo continua la sua corsa a terra ancora per qualche centinaio di metri e finalmente decolla, ma qualcosa non va come dovrebbe. Il motore di destra, quello a pochi metri dal mio naso, vibra e non sembra essere in grado di raggiungere la potenza generalmente utilizzata per prendere quota. Nessuno a bordo sembra dare particolare importanza a quell’enorme cilindro di metallo appeso sotto l’ala che continua a sputare fumo nero, sarà solo autosuggestione, penso, mentre mi accorgo di avere le mani gelide e sudate. Un coniglio volante.

AirfranceairbusPassano pochi minuti e “ding”, il pilota con tono pacato e rassicurante si mette a parlare con quei duecento passeggeri che ha da poco trascinato a qualche migliaio di metri da terra: “A causa di un problema tecnico al motore di destra, che non risponde correttamente ai comandi, siamo costretti a rientrare in aeroporto. Ci scusiamo per il disagio”. Dopodiché, sempre dall’interfono parte una musichetta new age, mentre i passeggeri si scrutano l’uno con l’altro ora con angoscia, ora con ostentata sicurezza.
Nei quindici minuti seguenti, tra i più lunghi della mia vita, lo stramaledetto Airbus azzoppato compie continue virate per mantenersi vicino all’aeroporto, in attesa che a terra sia tutto predisposto per il nostro atterraggio di emergenza. Il motore di destra continua a fumare come un turco tra una giravolta e l’altra, lo scruto dal finestrino e intanto mi accorgo di non avere paura, ma di essere abbastanza indignato: non ci si schianta come moscerini nella campagna francese a 20 anni, “ho ancora un casino di cose da fare!”.

Mentre continuiamo il nostro volo a bassa quota, il pilota ci avvisa di aver finalmente ricevuto l’OK per l’atterraggio e ci raccomanda di starcene seduti con la testa in avanti e di non preoccuparci, e non c’è frase al mondo migliore per far preoccupare qualcuno. L’aereo perde quota e oscilla vistosamente prima di toccare il suolo con una discreta violenza, la baracca resiste bene al colpo e inizia una lunga frenata. Poco prima di arrestarsi lievemente inclinato sulla pista, noto un’orda di camion dei pompieri e mezzi di soccorso che si accalcano affianco al velivolo.
Il motore incriminato, bontà sua, ha ormai smesso di fumare mentre alcuni tecnici lo osservano dalla pista. Dopo una decina di minuti, il drago di latta volante ferito viene tratto nella zona di parcheggio dell’Air France. Scendo dall’aereo e vinco la fortissima tentazione di inginocchiarmi e baciare la terra, un bel bacio alla francese con il Tarmac. Ma non c’è tempo, un’oretta e si riparte; forte della statistica, o della disidratazione, non mi sudano più le mani.

Parigi in Cina

Dopo aver creato perfette imitazioni di borse, abiti, cosmetici, dentifrici e persino dei pomodori pachino (ribattezzati pomodori Pechino), in Cina si sono superati con la costruzione di una delle più grandi imitazioni su larga scala possibili: Little Paris.

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(clicca per ingrandire le immagini)

Costruito nella periferia di Hangzhou, una delle città con il più alto tasso di crescita economica di tutta la Cina, il quartiere Little Paris riprende con fedeltà gli stili architettonici di Parigi. Viali, giardini e palazzi sono ricostruiti sugli schemi urbanistici con una cura notevole. Sullo sfondo del viale principale, c’è una copia in scala (108 metri) della Tour Eiffel.

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(clicca per ingrandire)

L’impresa costruttrice prevede di terminare la copia entro il 2015, anno in cui l’intero quartiere potrebbe arrivare ad ospitare oltre centomila persone.
Nonostante Little Paris sia ancora un grande cantiere, alcuni edifici sono già abitati da qualche migliaio di persone che, per poter vivere nell’imitazione di una delle più belle città al mondo, hanno pagato circa 230.000 euro per appartamento.

I Cugini

Oggi mordi e fuggi in Francia. Mentre pranzavo mi è venuta in mente questa vignetta che avevo visto tempo fa durante.

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(clicca per ingrandire)

La vignetta è di Eriadan, ingegnere/fumettista che ormai da anni racconta con queste magnifiche strip la sua vita. Il suo blog vale davvero la visita!

Fine Intervallo

Dopo una settimana di pausa, CattivaMaestra riprende oggi le trasmissioni. Eccovi cosa ho visto durante il mio personalissimo “intervallo”.

Panda souvenir

Giantpanda Manca ormai un anno all’inizio dei giochi olimpici di Pechino 2008 e in Cina proseguono i preparativi per quello che gli stessi cinesi definiscono il più grande evento sportivo di tutti i tempi. Mentre si susseguono quotidianamente le polemiche sull’atteggiamento autoritario e dirigista del governo cinese, ben lontano dagli ideali di fratellanza e libertà delle Olimpiadi, le attività commerciali legate all’evento olimpico prosperano e si moltiplicano. Il mercato dei souvenir è uno dei settori a beneficiare maggiormente dell’effetto Olimpiadi sfruttando iniziative di marketing sempre più aggressive e particolari.

I dirigenti dell’allevamento di panda giganti di Chengdu, la capitale del Sichuan, hanno pensato di sfruttare tutte le risorse offerte dai loro plantigradi in via di estinzione per farsi pubblicità. Escrementi compresi.
La struttura ospita una quarantina di panda, accuditi e nutrititi con il miglior bambù della regione, dicono. I pranzi ricche di fibre di questi simpatici orsi-gatto (così vengono chiamati in Cina) comportano la produzione giornaliera di circa una tonnellata di escrementi.
“Generalmente spendevamo almeno 6.000 yuan (circa 700 euro) al mese per gestire i rifiuti prodotti dai nostri panda, ma ora sappiamo che possono rendere molti soldi” ha spiegato Jing Shimin, assistente del direttore dell’allevamento, alla Xinhua News Agency.

I souvenir, creati con ciò che i panda hanno fatto fuori, subiranno un particolare processo per diventare “inerti” e – si spera – inodori. Addetti specializzati, che francamente non invidio, selezioneranno gli escrementi più promettenti che saranno poi triturati, essiccati e sterilizzati in un apposito forno alla temperatura di 300°C.
Il materiale ottenuto da questo particolare procedimento verrà poi utilizzato per creare cartoline, statuette e miniature raffiguranti i panda alle prese con gli sport olimpici. I prezzi di questi particolari souvenir non sono ancora stati comunicati, ma pare che i più costosi conterranno anche alcuni ciuffi di pelo dei panda dell’allevamento.

300 km in sedia a sdraio

SediapallonciniKent Couch ha da sempre avuto il sogno del volo, a modo suo: lo scorso fine settimana ha sperimentato un nuovo mezzo di trasporto aereo.

Con qualche spuntino, un po’ d’acqua, un paracadute e un sistema GPS, Couch si è accomodato sulla sua sedia a sdraio, a cui aveva precedentemente assicurato 105 palloni gonfiati con elio, per iniziare il suo viaggio. Destinazione: Idaho.
Svuotate alcune delle sacche d’acqua assicurate alla sdraio per fare zavorra, Kent Couch è regolarmente decollato nel cielo terso dell’Oregon. Dopo circa nove ore di volo, la sedia a sdraio è atterrata nella città di Union, a pochi chilometri dall’Idaho e a 300km di distanza dal punto di partenza di Couch.

A un cronista locale, Couch, che ha 47 anni e lavora come benzinaio, ha detto di sentirsi ancora un bambino: “Quando sei disteso sull’erba in una bella giornata estiva e vedi le nuvole, vorresti poterci saltare sopra. Ciò che ho fatto io è la cosa più simile a un salto sulle nubi. È praticamente la stessa cosa”.
Curiosa anche la tecnica utilizzata da Couch per atterrare. Armato di una pistola ad aria, il benzinaio volante ha sparato ad alcuni palloni, riducendo la resistenza alla forza di gravità.
Già lo scorso settembre Couch aveva tentato un’impresa simile, ma qualcosa non aveva funzionato nell’atterraggio. Aveva sparato a troppi palloni causando una discesa eccessivamente rapida della sedia a sdraio. Fortunatamente aveva un paracadute con sé.

Pianeta fotogenico

In pochi anni di esistenza, Google Earth ha radicalmente cambiato il nostro modo di vedere e percepire gli immensi scenari che costituiscono il nostro Pianeta. Nulla pare sfuggire ai satelliti che quotidianamente fotografano migliaia di chilometri della superficie terrestre. È nato così un nuovo hobby che coinvolge milioni di persone che popolano il Web: scoprire le immagini più curiose fornite da Google Earth.

Visoindiano_2
Questa meraviglia geologica assomiglia incredibilmente al profilo di un nativo d’America. Non a caso i locali lo chiamano Badlands Guardian. Se ci fate caso sembra che il nostro nativo indossi anche un paio di auricolari… ascolterà un enorme iPod? [Google Earth coord. 50.010083,-110.113006]
Bikini
Google Earth aumenta costantemente la definizione delle proprie immagini satellitari, con qualche preoccupazione per i paladini della privacy. Ancora qualche annetto e su questa spiaggia potremo vedere con chiarezza anche i castelli di sabbia. [-33.892351,151.27538]
Elefanti
Si dice che una fotografia fermi un istante altrimenti destinato a morire. Anche i satelliti che mappano il pianeta probabilmente iniziano a pensarlo. Può così capitare di immortalare una bella famigliola di elefanti africani. [10.903497,19.93229]
Coniglioenorme
"Land Art", ovvero creare enormi opere d’arte visibili a chilometri di distanza. Questo enorme coniglio è stato realizzato da un gruppo di artisti austriaci vicino a Prato Nevoso (CN). [44.244273,7.769737]
Cammellinigeria
Molti enti e istituzioni partecipano ai progetti di Google Earth. Tra questi il National Geographic che negli ultimi tempi ha realizzato suggestive immagini ad alta risoluzione via satellite, come questa bellissima "pausa nel deserto" nigeriano. [15.298693,19.429661]
Oprahmaze
Oprah è la madre di tutti i Talk Show. Amata da milioni di Statunitensi, la conduttrice TV riceve ogni giorno decine di regali e apprezzamenti dai suoi fan. Un contadino dell’Arizona ha creato, in onore della sua beniamina, un labirinto di 60 acri. Visto dall’alto, l’Oprah’s Maze ritrae fedelmente le fattezze della conduttrice. [33.225488,-111.5955]
Cerchigrano
Non potevano mancare i cerchi nel grano. Questo è uno dei più suggestivi e si trova nello stato del Nevada. [37.401437,-116.86773]
Bombardiere
Il sistema di Google Earth ha il pregio di poter immortalare gli aeroplani in volo. Questo è un bombardiere della seconda guerra mondiale che si aggira sopra i cieli d’Inghilterra. [52.336392,-0.1953462]

[via Pc World]

574,8 km/h

Mi sono informato c’è un treno che parte alle 7 e 40
non hai molto tempo il traffico è lento nell’ora di punta…

Questa mattina il TGV, Train à Grande Vitesse, ha superato un nuovo record ed è diventato il treno su rotaia più veloce del mondo. E così, dopo la telecronaca di corse di F1, di MotoGP e motoscafi, Sky ha improvvisato una memorabile (circa, dai) e documentatissima descrizione in diretta dell’evento.
La fonte del video è SkyTG24, mentre il brano in sottofondo è Take the A Train di Duke Ellington. Se non piacciono i treni piace la musica.