Sfamarsi in discarica

Discarica1 Alle sette della sera di ogni giorno a Buenos Aires si ripete lo stesso impressionante rito. Gli abitanti della baraccopoli “8 de Mayo” si accalcano davanti all’ingresso della più grande discarica cittadina, attendendo trepidanti l’apertura dei cancelli, che consentirà loro un’ora di “spesa gratuita” tra le immense colline di maleodoranti e insalubri rifiuti.
La procedura è severamente gestita dagli agenti della polizia locale, incaricati di far rispettare l’ordine pubblico a qualunque costo. Le regole sono semplici: si può prendere qualsiasi cosa, ma si ha una sola ora di tempo per farlo. Chi non rispetta el código, il codice, rischia di farsi rompere qualche costola dalle manganellate della milizia, o nel peggiore dei casi di ritrovarsi a fare i conti con ematomi e ferite da pallottole di gomma.

Discarica2 Per gli abitanti delle villas miseria questa procedura di accesso è una benedizione. Un tempo l’accesso alla discarica era categoricamente vietato. Agli abitanti delle baraccopoli non restava che intrufolarsi nottetempo di nascosto tra gli enormi ammassi di rifiuti, con il costante rischio di conoscere la ferma intransigenza dei guardiani, pronti a prendere a bastonate gli intrusori.
Sono circa ventimila le persone che vivono grazie ai frutti maleodoranti della discarica di Buenos Aires. Alla affannosa ricerca di alimenti scaduti, ma ancora commestibili, si affianca la raccolta di vetro, alluminio e plastiche pregiate: materiali riciclabili che posso rendere qualche misero soldo per il bilancio di un’intera famiglia. I più bravi, generalmente coloro che riescono a coinvolgere nell’attività di recupero mogli, genitori e figli, riescono anche ad accumulare 300 dollari al mese.

Il 70% dei “riciclatori” sono minorenni. Bambini e ragazzini cresciuti in mezzo alla strada, spesso sniffatori di colla e legati alle “leggi del branco”. In quell’enorme supermarket che è la discarica, attendono l’arrivo dei camion con le primizie: gli scarti di una spesa fatta da altri. Da chi dei riciclatori non sa che farsene.

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+ I
progetti dell’ICEI, organizzazione non governativa che da anni si occupa delle baraccopoli di Buenos Aires.

4 Comments

  1. Brutta bestia, la fame, quella vera intendo, non quella nostra…
    senza andar troppo lontano, anche qui a Torino mi è capitato di vedere gente che cerca nella spazzatura scarti di cibi o oggetti utili. Una volta erano due uomini e una donna, con scatoloni e un passeggino. Un’altra era un signore anziano che rovistava con il bastone… brutta bestia la fame e la povertà.

  2. rocky

    Non s’è capito se tu vorresti che questo “lavoro” di riciclaggio venisse regolarizzato ed organizzato oppure qualcos’altro.
    E non comprendo come siano compatibili le situazioni “coloro che riescono a coinvolgere nell’attività di recupero mogli, genitori e figli” e “bambini e ragazzini cresciuti in mezzo alla strada, spesso sniffatori di colla e legati alle leggi del branco”.
    Stiamo parlando di povere, ma oneste e dignitose, “aziende familiari” (come il cartonaro di una volta) o di bande di “ragazzini di strada”?

  3. @ rocky
    L’ONG che cito nella sezione “link” sta cercando di creare piccole aziende familiari per il riciclaggio. Ciò renderebbe meno precaria la vita di molti nuclei familiari.
    La realtà della discarica di Buenos Aires è molto sfaccettata. Il 70% di minori di cui parlo è divisibile tra i figli delle famiglie riciclatrici e tra le piccole bande di orfani, che vivono ancor più di espedienti.

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