150

Volevo scrivere un post trombone per il 17 marzo, ma quello che abbiamo pubblicato oggi sul Post mi ha dato da pensare e quindi rimando, ché tanto son 150 anni di unità fino al 31 dicembre prossimo.

Nel frattempo ho deciso di fare un esperimento inutile, per il gusto di vedere l’effetto che fa.

Ho preso tutte le parole contenute nella voce “Italia” di Wikipedia, che in un certo senso racconta qualcosa di ciò che siamo, e ne ho fatto una tag-cloud. E poi l’ho fatta con la voce in inglese, di Wikipedia, per vedere come ci vedono gli altri (o gli italiani che sanno l’inglese e che hanno collaborato a scrivere la voce enciclopedica nella lingua di Shakespeare e di Mickey Mouse).

All’Indice!

Indice
C’era finito anche Alberto Moravia nell’Indice dei libri proibiti compilato per secoli dal Vaticano. Il primo Index fu istituito nel 1559 dal Sant’Uffizio sotto il pontificato di Paolo IV (quello del ghetto di Roma).
L’Indice Paolino conteneva l’intera opera letteraria degli scrittori non cattolici e comprendeva anche i testi non necessariamente di carattere religioso. La produzione tipografica di una sessantina di editori svizzeri e tedeschi fu proibita, così da non contaminare i cattolici con quei cattivoni che su al nord avevano deciso di diventare protestanti. Tra i libri censurati c’era anche il capolavoro di Giovanni Boccaccio, il Decameron.

Tra il 1559 e il 1966, l’Index fu aggiornato almeno una ventina di volte, generalmente con lo scopo di includere nuovi scritti, specialmente in campo filosofico e scientifico. Non si poteva certo sostenere che la Terra non fosse al centro dell’universo, o che il Sole fosse in realtà il perno intorno al quale orbitavano i pianeti del nostro sistema. E ancora, come poteva permettersi un certo Immanuel Kant di sostenere tesi filosofiche di quel tipo? E quell’Ugo Foscolo con le sue Ultime lettere, quanta imprudenza! All’Indice, all’Indice!

Esattamente il 14 giugno di 42 anni fa, spettò a un altro Paolo il compito di annunciare il pensionamento dell’Index. I tempi erano maturi, c’era stato da poco il Concilio Vaticano II e, sebbene a fatica, la Chiesa cercava di scrollarsi di dosso l’immagine di una istituzione ferma nello spazio e nel tempo, dimostrando così qualche timida apertura. La decisione di abolire l’Index non fu accolta particolarmente bene dai porporati italiani, che dovettero comunque sottostare alla decisione presa da papa Paolo VI.

Alcuni dei principali autori finiti all’Indice nel corso dei quattro secoli di attività censoria, viene voglia di leggerli (o rileggerli) subito:

Francesco Bacone, Honoré de Balzac, Henri Bergson, George Berkeley, Cartesio, D’Alembert, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas (padre) e Alexandre Dumas (figlio), Gustave Flaubert, Thomas Hobbes, Victor Hugo, David Hume, Immanuel Kant, Jean de La Fontaine, John Locke, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Émile Zola.
Tra gli italiani finiti all’indice – scienziati, filosofi, pensatori, scrittori – vi sono stati Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gabriele D’Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Ada Negri, Girolamo Savonarola, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo e Pietro Verri. [fonte Wikipedia]

Eroi, mafia e relativismo

Eròe:
chi dà prova di straordinario coraggio e generosità; chi si sacrifica per un ideale. [DeMauro]

Capaci
Vittorio Mangano
Condannato per lesioni personali, truffa, ricettazione, assegni a vuoto, porto abusivo. Il nome di Mangano viene citato per la prima volta dal Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino in una intervista rilasciata il 19 maggio 1992 riguardante i rapporti tra mafia, affari e politica, due mesi prima di essere ucciso nell’attentato di via d’Amelio.
Borsellino affermò nell’intervista che Mangano era “uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia”. Il 19 luglio 2000 Mangano fu condannato all’ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, quest’ultimo vittima della “lupara bianca” nel gennaio del 1995. Di questo secondo omicidio Mangano sarebbe stato l’esecutore materiale.

«Mangano è stato un eroe, perché eroicamente non inventò mai nulla su di me» [Silvio Berlusconi]

Giovanni Falcone
è stato un magistrato italiano, tra i padri della lotta alla mafia, ed è considerato un eroe italiano.
Il 23 maggio di 16 anni fa, nei pressi dello svincolo per Capaci, Falcone viene ucciso in un devastante attentato dinamitardo con la moglie e tre uomini della scorta. Gli esecutori della strage avevano riempito con 500 Kg di tritolo un tunnel scavato al di sotto della corsia dell’autostrada. L’esplosione colse in pieno l’auto su cui viaggiava Falcone.

60 anni emblematici

Emblema
Lo vediamo quasi tutti i giorni sulle targhe delle automobili, all’esterno degli edifici pubblici, nei documenti ufficiali, ma in molti non sanno che cosa rappresenti. È l’emblema ufficiale della Repubblica Italiana, entrato in vigore nel Bel Paese esattamente 60 anni fa, dopo esser stato approvato dall’Assemblea Costituzionale qualche mese prima.

Per la creazione di uno dei principali simboli della nostra democrazia, appena rinata dopo i bui anni del fascismo e della seconda guerra mondiale, furono vagliati oltre 800 bozzetti presentati tra il 1946 e il 1947 da più di cinquecento candidati. La scelta cadde, dopo una lunga e complessa ricerca, sulla proposta dell’artista piemontese Paolo Paschetto, sulla cui base venne coniato il simbolo che ancora oggi rappresenta la nostra Repubblica.

La stella bianca a cinque punte, collocata al centro della composizione, è un chiaro richiamo simbolico all’epoca risorgimentale. In secondo piano, sormontata dalla stella, si trova la raffigurazione di una ruota dentata d’acciaio, tesa a simboleggiare il lavoro, fondamento principe della Costituzione e – naturalmente – del progresso.
Stella e ruota dentata sono incorniciate da un ramo di quercia, a simbolo della forza e della dignità dell’italica stirpe, mentre il ramo d’ulivo sottolinea un altro dei capi saldi della nostra democrazia: la pace. Tutti gli elementi della composizione sono infine tenuti idealmente insieme da un nastro rosso, che riporta in bianco la semplice scritta “Repubblica Italiana”.

Treno 8017 – Morti 600

«Era una serata piovigginosa, il treno ad un certo punto iniziò ad arrampicarsi su per la montagna, e di conseguenza la velocità andava diminuendo. Iniziò a nevicare. Arrivati sotto una galleria il treno sbuffava sempre di più cercando di vincere la pendenza. La produzione del vapore andava aumentando e il fumo invase i vagoni. Allarmato da ciò dissi a mia madre ed agli altri di mettersi un fazzoletto davanti alla bocca, ma questo mio consiglio arrivò tardi, mi accasciai sugli altri e qui finisce il mio ricordo di quel momento tragico.
Alcuni giorni dopo mi svegliai nell’Ospedale di Potenza, al momento non ricordavo nulla. Domandai ai vicini di letto se ero stato ferito in guerra; qualcuno mi rispose che mi trovavo sul treno rimasto sotto una galleria, e dove erano morti 600 passeggeri.»

 

Il 3 marzo di 64 anni fa, 600 persone morirono nell’incidente ferroviario più grave mai avvenuto in Italia. L’ormai dimenticata vicenda del treno 8017 avvenne poco dopo la mezzanotte, nel tratto ferroviario che congiunge la stazione di Balvano a quella di Bella-Muro in Basilicata.

Avvenne nella Galleria delle Armi, uno stretto tunnel lungo quasi due chilometri per una pendenza media di 16 gradi. A causa dell’inclinazione del tracciato e del carico eccessivo, il convoglio rimase bloccato all’interno della galleria. Nel tentativo di smuoverlo, i macchinisti delle due locomotive a vapore cercarono di raggiungere la massima potenza aumentando la temperatura delle caldaie. In pochi minuti si sviluppò una densa nube di monossido di carbonio che, incapace di disperdersi nel tunnel, fece presto perdere i sensi ai macchinisti. Nei minuti seguenti, l’intera galleria fu saturata dal fumo, che asfissiò le centinaia di passeggeri che riposavano all’interno del convoglio. Furono necessarie quasi otto ore per disincagliare il treno ormai pieno di cadaveri.

La galleria causò la morte di circa 600 passeggeri, che morirono soffocati dai veleni sviluppati dalle due locomotive. I cadaveri furono ammassati sulla banchina della stazione di Balvano. Buona parte dei corpi, resi ormai irriconoscibili, furono seppelliti in tre fosse comuni nel cimitero del paesino. Senza funerali.

Nonostante la tragedia del treno 8017 sia stato uno dei più gravi incidenti ferroviari europei, persiste sulla vicenda una sorta di damnatio memoriae, che ha reso la storia praticamente misconosciuta. Il sito Trenidicarta ha svolto un’opera encomiabile, raccogliendo numerosi documenti sui tristi accadimenti di quell’ormai lontano 3 marzo 1944.