50 anni di Era Spaziale

Alle 19:12 del 4 ottobre 1957 inizia l’esaltante avventura dell’Era Spaziale. In quel venerdì di 50 anni fa dal cosmodromo di Baikonur (Kazakistan) veniva lanciato il vettore Semyorka R-7 per portare una preziosissima palla di alluminio in orbita.
Quella strana sfera dotata di quattro prominenti antenne era lo Sputnik1, il primo satellite artificiale. Vincendo la forza di gravità e arrampicandosi lungo l’atmosfera del nostro Pianeta, lo Sputnik aveva raggiunto non solo l’orbita terrestre, ma aveva anche aperto una nuova dimensione per l’intera esperienza umana.

Per ricordare i cinquant’anni da quello storico momento, lo speciale di bloGalileo.

50 anni di Era Spaziale

Undici

Il dolore non intende prestare ascolto alla ragione,
perché il dolore ha una sua propria ragione
che non è ragionevole. (Milan Kundera)

Torino sotto assedio

Quello che state per leggere è un post davvero speciale. Per ricordare i 301 anni della liberazione di Torino dal difficile assedio francese, ho chiesto a Piergiuseppe Menietti, attento e preparatissimo storico torinese, di raccontarci con parole semplici e comprensibili ciò che avvenne tre secoli fa in questi giorni. Scrittore di numerosi e validi libri sulla storia di Torino, nonché ottimo conferenziere, scoprirete che Piergiuseppe non ha smentito sé stesso.

Lo scorso anno Torino ha commemorato con una mostra, un convegno e altre iniziative il terzo centenario dell’assedio francese del 1706, conclusosi con la vittoriosa battaglia del 7 settembre.
Il 12 maggio di quell’anno, il Duca de La Feuillade, giovane e inesperto generale dell’esercito francese, mosse con 44.000 uomini contro Torino, difesa da 10.500 soldati. Verso le dieci dello stesso giorno, avvenne un’eclisse totale di sole e gli astrologi trassero un ottimo auspicio. Il sole, simbolo del Re di Francia Luigi XIV, spariva nel cielo mentre si rendeva ben visibile la costellazione del toro, simboleggiante la Torino vincitrice.

Gruppopietromicca Fin dal 1701 il Ducato di Savoia era stato coinvolto nelle vicende della guerra di successione spagnola e, tra il 1704 e il 1705, il duca Vittorio Amedeo II aveva visto cadere nelle mani dei nemici francesi la maggior parte delle sue fortezze. Torino era però ben munita e intendeva resistere.
Le truppe del Re Sole, con l’appoggio di alcuni reparti spagnoli, iniziarono un assedio in piena regola circondando la città, dal Regio Parco alle Molinette, con due linee di fortificazione campale dette di circonvallazione e di controvallazione. Tra le due linee disposero gli accampamenti e utilizzarono le cascine intorno a Torino come alloggi per gli ufficiali, magazzini di viveri, armerie e depositi di munizioni.
Galleria_2 La Feuillade guidò l’attacco alla capitale dal lato a ponente, commettendo un errore gravissimo: da quella parte la città aveva le fortificazioni migliori e, soprattutto, la Cittadella: una delle più potenti fortezze d’Europa, munita di una fitta rete di gallerie sotterranee scavate per prevenire gli attacchi nemici nel sottosuolo e per attivare volate di mina in grado di far saltare in aria i cannoni e gli apprestamenti degli assedianti.

La resistenza della città coinvolse direttamente anche la popolazione civile, che dimostrò coraggio e abnegazione. Molte donne si distinsero rischiando la vita nel trasporto di fascine e di gerle piene di terra per chiudere le brecce aperte dai cannoni nemici nelle mura della fortezza.
Pietromicca Il duello delle artiglierie procedeva senza posa, ma le volate di mine degli assediati continuavano a far saltare i cannoni degli attaccanti. Nella notte tra il 29 ed il 30 agosto una squadra di granatieri nemici tentò l’ingresso nelle gallerie della Mezzaluna del Soccorso per neutralizzarle, ma fu bloccata dall’eroico intervento di Pietro Micca. Il minatore ventinovenne non esitò a sacrificarsi per impedirne l’accesso.

La situazione in città era diventata difficile, soprattutto per la carenza di polvere nera; ma una nuova speranza giunse ad alimentare la resistenza dei torinesi: l’arrivo dell’armata imperiale alleata condotta da un comandante famoso, il Principe Eugenio di Savoia-Soissons, cugino di Vittorio Amedeo II.
Il 7 settembre, i due comandanti schierarono le truppe tra la Dora e La Stura con il fronte rivolto alla città. Dopo una breve, cruenta battaglia i Francesi furono battuti e obbligati a una caotica ritirata verso Pinerolo. Gli episodi salienti dello scontro si svolsero tra Lucento, la Madonna di Campagna e l’attuale Borgo Vittoria, il cui nome ricorda un’affermazione militare che fece scalpore in tutta Europa. In seguito ad essa, il Duca di Savoia divenne Re di Sicilia e volle commemorare il successo con la costruzione della Basilica di Superga, un capolavoro dell’architetto messinese Filippo Juvarra.

Link
+ La Città di Torino festeggerà il 301° anniversario della liberazione di Torino con numerose attività, qui il programma in dettaglio.

Un sogno

Martin_luther_king__march_on_washin Erano 250.000 le donne e gli uomini assiepati in quel caldo pomeriggio del 28 agosto 1963 sulla spianata davanti al Lincoln Memorial di Washington DC per celebrare la Marcia per il lavoro e la libertà.
La capitale degli Stati Uniti d’America non aveva mai conosciuto, in tutta la sua storia, una così grande invasione di manifestanti, pronti a battersi per i loro diritti ormai calpestati da troppo tempo. Centinaia di migliaia di neri protestavano contro uno Stato incapace di garantire i loro diritti sanciti un secolo prima dopo i sanguinosi eventi di Gettysburg e di una guerra civile forse mai sopita.

Parlarono in molti quel mercoledì pomeriggio, poi Martin Luther King, Jr. salì sul podio sotto lo sguardo fermo e severo dell’imponente monumento marmoreo dedicato ad Abraham Lincoln, il presidente che abolì la schiavitù. Davanti a quella moltitudine di persone, il reverendo di Atlanta raccontò il suo sogno di uguaglianza, di giustizia e di fratellanza.

Ho un sogno, che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”.
Ho un sogno, che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi proprietari di schiavi riusciranno a sedersi insieme al tavolo della fratellanza.
Ho un sogno, che un giorno persino lo stato del Mississippi, uno stato che soffoca per l’afa dell’ingiustizia, che soffoca per l’afa dell’oppressione, sia trasformato in un’oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non siano giudicati in base al colore della loro pelle, ma in base al contenuto del loro carattere.
Ho un sogno oggi!
Ho un sogno, che un giorno, giù in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con il suo governatore le cui labbra gocciolano delle parole “interposizione” e “nullificazione” – un giorno proprio là in Alabama bambini neri e bambine nere possano prendersi per mano con bambini bianchi e bambine bianche come sorelle e fratelli.
Ho un sogno oggi!

Anche grazie all’enorme successo della Marcia per il lavoro e per la libertà, l’anno seguente (1964) il Congresso USA approvò in via definitiva il Civil Rights Act, decretando fuori legge qualsiasi tipo di discriminazione di carattere sessuale e razziale. Nel 1965 il nuovo Voting Rights Act sancì definitivamente il diritto al voto per qualsiasi cittadino americano.

Nonostante un’uguaglianza formalmente sancita dalla legge, di fatto molte comunità di afro-americani subiscono ancora oggi pesanti discriminazioni negli Stati Uniti d’America, specialmente in alcuni stati del sud. Le professioni più qualificate, e meglio pagate, restano precluse alla maggior parte dei neri, statisticamente con un grado di istruzione inferiore rispetto al resto della popolazione. In molte carceri statunitensi la percentuale di afro-americani supera abbondantemente quella dei bianchi, semplicemente perché i primi non possono permettersi un avvocato. Le statistiche sulle esecuzioni capitali [PDF] dicono che nonostante la comunità nera rappresenti il 12% della popolazione americana, il 34% delle pene capitali eseguite dal 1976 a oggi ha riguardato cittadini afro-americani.

500 volte Torino

In attesa della presentazione ufficiale della nuova Fiat 500, ecco alcune foto – scattate col mio fido cellulare – del magnifico autoraduno di 500 storiche in piazza Vittorio a Torino.
Clicca su ogni foto per passare all’immagine successiva…

84 anni di Maturità

Maturita Per l’ottantaquattresima volta nella storia dell’Italia unita, ieri sono iniziati gli esami di maturità per la gioia di circa mezzo milione di studenti. A poche ore dall’inizio della prima prova scritta abbiamo assistito al tradizionale “toto-titoli” per i temi che, sempre per la tradizione, ha portato fuori strada i tanti maturandi assetati di piccole certezze utili a non perdere completamente il sonno. Insomma, per l’ennesima volta il tema su Leopardi, ormai proverbiale, non si è visto.

Sono naturalmente milioni gli italiani che, negli anni, si sono dovuti confrontare con il temuto esame di maturità. Tutto ebbe inizio 84 anni fa, nel 1923, su proposta di Giovanni Gentile che, con non poche difficoltà, aveva rivoluzionato e modernizzato l’intero assetto della Scuola italiana. La valutazione finale dell’esame di Stato doveva non solo verificare il livello di preparazione di ogni candidato, ma anche il grado di maturità critica raggiunta.
Le commissioni dei docenti erano direttamente nominante dal ministro ed erano composte esclusivamente da membri esterni: tre professori (o presidi) di scuole di secondo grado, un docente universitario e un professore privato (sostituibile con una persona esterna all’insegnamento). Anche le sedi per l’esame erano designate dal ministero, nel 1923 furono 79: 40 per i licei classici, 20 per i licei scientifici e 19 per gli istituti magistrali.

Le motivazioni che avevano spinto Gentile a creare un esame di questo tipo non erano solamente di carattere pedagogico, ma anche politico. Il regime fascista, insediatosi da pochi mesi, voleva uno strumento equo, ma in grado di contrastare l’ascesa solitaria della piccola borghesia urbana e di creare una nuova élite dirigente per lo Stato.
Il primo esame di maturità della storia unitaria italiana fu un vero disastro. Nella prima sessione ben il 75% dei candidati risultarono non idonei, tanto da far pensare a qualcuno che la metodologia di selezione fosse eccessivamente severa e inadatta se rapportata alla qualità degli insegnamenti ricevuti. Nonostante il dato sconcertante, e il conseguente malconento, Mussolini difese con convinzione l’esame di Stato: “Ci sono stati strilli e dolori, come è naturale. Se una riforma non lacera degli interessi acquisiti, è una riforma che non lascia traccia” [Mussolini, 1924]. Ma in seguito alle numerose proteste, e alla nascita di appositi comitati, il Duce fu costretto a cambiare opinione sostenendo, appena tre anni dopo, la “necessità di alleggerire il fardello culturale che grava sulle spalle e sullo spirito degli studenti medi”.

Pietro Fedele, il successore di Gentile al dicastero dell’istruzione, semplificò notevolmente l’esame di Stato, aumentando il numero delle commissioni e riducendo considerevolmente i programmi. In epoca fascista altri ministri modificarono ulteriormente il meccanismo degli esami e, nel 1936-7, De Vecchi limitò il programma d’esame agli argomenti studiati nell’ultimo anno scolastico dagli studenti. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale l’esame di maturità divenne una semplice formalità.
A conflitto finito, ci pensarono i membri della Costituente repubblicana a riaffermare con forza l’importanza dell’esame, affidando al quinto comma dell’articolo 33 della nascente Costituzione queste parole: “È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.

Dunque sotto a chi tocca, e in bocca al lupo!

Topolino

Mickey2 È il 15 marzo di 79 anni fa, il 1928, ci troviamo a Los Angeles e, nonostante la depressione economica, l’incubo del martedì nero è ancora lontano. Stiamo per assistere a un avvenimento storico che, in un modo o nell’altro, sarà destinato a cambiare molte cose per tutti noi, o almeno per quelli che sanno ancora sognare. Dopo mesi di lavorazione è infatti pronto al suo debutto il primo cartone animato prodotto da Walt Elias Disney: “Crazy Plane”. Protagonista del corto di animazione è Topolino, al suo debutto come attore cinematografico al fianco dell’eterna fidanzata Minnie. I patiti del sorround devono portare pazienza, il film è muto. Il caro vecchio Walt non se l’è sentita di utilizzare la colonna sonora, esiste da meno di un anno e va ancora perfezionata.

Mickey3 Ispirato dall’impresa di Charles Lindbergh, che aveva compiuto la prima traversata in solitaria dell’Oceano Atlantico, anche Topolino vuole provare l’ebbrezza del volo. Così, dopo una serie di tentativi fallimentari, il nostro eroe riesce a creare un piccolo aeroplano biposto, ideale per portare a spasso tra le nuvole Minnie. Mickey4Il volo procede molto bene e, per suggellare l’epico momento, Topolino cerca di baciare a tutti i costi la sua amata che, però, preferisce paracadutarsi dal piccolo apparecchio piuttosto che cedere alle insistenti avance del novello pilota. I mutandoni di Minnie si rivelano un provvidenziale paracadute in grado di assicurare una lenta e sicura discesa. Nel tentativo di recuperare la fidanzata, Topolino commette un’eccessiva imprudenza e a ben poco servono le sue braghette per attutire l’inevitabile caduta. Delusa dal comportamento del fidanzato, Minnie se ne va impettita, lasciando Topolino a terra e frastornato.

Mickey5 Si stanno riaccendendo le luci in sala, ci conviene scappare di corsa e tornarcene ai giorni nostri prima che inizino i fischi. Sfortunatamente per Walt E. Disney, “Plane Crazy” non fu accolto molto bene dal pubblico, anzi, per dirla tutta fu un vero e proprio flop. La mancanza degli effetti sonori e della musica di sottofondo non aveva consentito agli animatori di esprimere al meglio le loro capacità. Eppure, in quel lontano 15 marzo, una piccola grande stella era nata e quelle due simpatiche orecchie, tonde e nere, non le avrebbe dimenticate più nessuno.

The First of May

Penny_blackCerto, certo, il primo maggio è la festa dei lavoratori, ma è anche un giorno importante per i servizi postali di tutto il mondo.

Il primo maggio del 1840 il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda stampò il primo francobollo postale del mondo, il Penny Black. La creazione di questo nuovo elemento della pragmatica burocratica seguì un iter molto lungo, iniziato nel 1837 su proposta di Rownald Hill che, nel breve saggio “Post Office Reform: Its Importance and Practicability” (“La riforma delle Poste: importanza e fattibilità”), aveva ipotizzato un sistema per effetturare in anticipo il pagamento per i servizi postali.
Ottenuto un incarico da supervisore al ministero del tesoro, Hill aveva indetto un bando aperto ai sudditi di sua maestà per identificare il miglior modo per il pagamento anticipato della corrispondenza. Il nostro arguto burocrate doveva essere, però, molto esigente. Nessuna delle oltre 2600 proposte pervenute erano state ritenute degne di nota da Hill.

Stufo della fase di stallo, che lo aveva costretto a due anni di ritardo, Hill decise di dare un’accelerata alla questione. In sette mesi di alacre attività, vennero prodotti decine di bozzetti su diversi tipi di carta, fino a giungere al disegno definitivo. Fu selezionato un semplice ritratto di profilo della regina Vittoria su fondo nero, disegnato dall’artista William Mulready. Vincendo la corsa contro il tempo, i quadratini da un penny ciascuno giunsero negli uffici postali di tutto il Regno tra il primo e il 6 maggio, giorno in cui il Penny Black entrò ufficialmente in vigore.
La tiratura complessiva del francobollo fu di 68.158.080 esemplari, che servirono ad affrancare circa sessanta milioni di lettere, con pensieri d’amore, affari leciti e non, pensieri filosofici e liste per la spesa dalle colonie.

Viene però da chiedersi cosa mai possa aver spinto Rownald Hill ad inventare il francobollo. Ebbene, come tutte le grandi storie dell’umanità, anche quella che vi ho raccontato porta con sé una piccola leggenda.
Si narra che il buon Hill fosse giunto, nei primi anni ’30 dell’Ottocento, in un piccolo paesino della Scozia. Scendendo dalla carrozza, aveva notato una giovane ragazza che aveva chiesto al postiglione se vi fossero lettere per lei. All’epoca, chi svolgeva servizio di trasporto aveva anche l’onere del trasporto della posta. Sceso dalla carrozza, il cocchiere aveva consegnato una lettera alla ragazza, chiedendo poi alla stessa uno scellino come ricompensa per la consegna.
Dopo aver girato e rigirato per un po’ la lettera tra le mani, la giovane donna aveva riconsegnato la lettera al postiglione con le lacrime agli occhi: “Mi spiace, non ho i soldi per pagarla”. Il cocchiere non aveva reagito bene alla notizia e, rimontando sulla carrozza, aveva urlato alla ragazza: “Ancora? Questa storia va avanti da ormai troppo tempo”.
Incuriosito dalla vicenda, Hill si era avvicinato alla giovane ragazza scoprendo che quella singolare scenetta si era già verificata molte volte. Da buon scozzese, infatti, il fidanzato della ragazza aveva studiato uno stratagemma per non pagare il servizio postale. Ogni mese scriveva alla sua amata una lettera da Londra, dove abitava per lavoro, apponendo sulla busta della stessa alcuni segni convenzionali. Quelli che potevano apparire semplici scarabocchi erano, invece, una sorta di codice che la giovane scozzese era in grado di interpretare con un rapido colpo d’occhio. Così facendo, poteva essere aggiornata sulle condizioni del fidanzato senza aprire la busta e pagare, di conseguenza, il balzello postale.
Possiamo immaginare la faccia di Hill, convinto uomo di Stato, mentre la fanciulla spifferava il suo segreto.
In meno di dieci anni Hill trovò nel Penny Black la soluzione per il servizio postale di sua maestà. Però, appunto, è una leggenda.

Liberi

Torino25aprile1945

La Resistenza:

"Un’ideale collina teatro d’avventura, di pericolo, e di vittorie e di morte, luogo astratto di greppi solitari, creste selvagge […] dove il guerriero si sente come al centro del mondo […] ora il caos, l’apocalisse, gli inferi, ora un mondo splendido ed assoluto sole, limpide plaghe."

[Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, ed. Einaudi]

Buon 25 Aprile. Comunque la pensiate.

Marinai del Cosmo

Sts1 Il 12 aprile del 1981 dal Centro spaziale John Fitzgerald Kennedy partiva la prima missione Shuttle della Storia. La STS-1, questo il suo nome, prevedeva il lancio in orbita dello Space Shuttle Columbia, testato nei mesi precedenti senza equipaggio. A bordo dell’astronave spaziale c’erano solo due piloti, Robert Crippen e John W. Young, già avvezzi alle escursioni spaziali.

La missione fu un successo e, dopo due giorni nel cosmo, l’orbiter atterrò nei pressi del lago Rogers in California, tra la curiosità e l’ammirazione dei tanti americani ancora appassionati di voli spaziali.
Il successo non fu solo scientifico, ma anche politico. La messa a punto di queste nuove tecnologie da parte degli Stati Uniti non fu un colpo da poco per l’URSS. Nessuno avrebbe immaginato che, qualche anno dopo, proprio uno Shuttle americano avrebbe attraccato alla MIR, la stazione orbitale russa, portando a bordo cibo, acqua e ossigeno per gli astronauti sovietici.

In 26 anni di storia, sugli shuttle Atlantis, Challenger, Columbia, Discovery ed Endeavour sono stati eseguiti ben 117 voli, pari a più di mille giorni in orbita vissuti da circa 700 membri dei diversi equipaggi. Un numero sufficiente per rendere normale routine un viaggio nel cosmo. O almeno così sembrerebbe. Quanti bambini avete ancora sentito dire: “da grande voglio fare l’astronauta”?

Columbia

…e vent’anni prima…