Tarmageddon

Stasera risotto! Apri la credenza per prendere il pacco di riso e… “flap flap”, con la tranquillità degna del miglior santone Zen una tarma del cibo svolazza fuori dalla tua dispensa, dopo aver combinato chissà quante nefandezze su riso, pasta, cacao e compagnia bella. Che fare?

TarmaIl vero nome della tarma del cibo è “Plodia interpunctella”, vive praticamente a tutte le latitudini del globo terrestre ed è maggiormente attiva, nell’emisfero boreale, tra marzo e ottobre. Questa antipatica inquilina delle nostre dispense può deporre fino a 300 uova, da cui originano altrettante larve che – per crescere e svilupparsi – possono impiegare anche 41 settimane. Durante lo stadio larvale, i piccoli di tarma impiegano il loro tempo a mangiare e metabolizzare il cibo che trovano nelle nostre credenze.
I contenitori a tenuta ermetica non costituiscono un grande ostacolo per le tarme del cibo, che con abilità da contorsionisti riescono ugualmente ad infilarsi sotto al bordo delle guarnizioni, ricadendo poi nei contenitori dove possono trovare cibo in abbondanza.

Per risolvere il problema delle tarme del cibo, una nota multinazionale ha recentemente introdotto sul mercato un innovativo sistema per liberarci dalle colonie di questi insetti. Il principio alla base di questo nuovo prodotto è stato ideato dalla mente sadica di qualche ricercatore che avrebbe sicuramente fatto faville nella Germania degli anni ’30.
Il prodigioso strumento di sterminio è costituito da un foglietto adesivo che va assicurato su una parete interna della dispensa da disinfestare. Questo pezzo di carta, apparentemente innocuo, è irrorato con una sostanza chimica molto simile agli ormoni delle tarme e in grado di mandarne in tilt i recettori. Attirate dagli effluvi simil-ormonali, le “farfalline del cibo” rimangono intrappolate sulla superficie altamente adesiva del foglietto. E qui entra in scena il sadismo dell’inventore del sistema.

Fogliettarme Come ho avuto modo di sperimentare sulla dispensa di casa, le tarme che rimangono intrappolate sul foglietto non muoiono subito. Il foglio adesivo, infatti, non è dotato di alcun insetticida per non contaminare i cibi, con cui si trova a contatto, con agenti chimici pericolosi per l’uomo. Ciò comporta una lunga e penosa agonia per le malcapitate tarme, che si contorcono sulla superficie adesiva strappandosi le ali e automutilandosi nel tentativo di sfuggire al loro destino di morte. Per l’estrema fatica alcune muoiono in poche ore, ma la maggior parte rimangono vive per intere giornate perendo molto lentamente di inedia.

Certo, mors tarmae vita mea. Ma ciò che maggiormente inquieta è aprire “l’anta maledetta” e ritrovarsi decine e decine di tarme ancora vive che lottano per staccarsi dal famigerato foglietto, ormai tappezzato da una fitta coltre di “colleghe” rinsecchite.
Infine, se la vostra dispensa si trova vicino a una finestra, state pur certi che le tarme di passaggio – attirate dal potente simil-ormone – non disdegneranno una capatina in casa vostra attirate da quel foglietto: una vera e propria fabbrica di morte travestita da lupanare.

Isabella Lattes Coifmann, etologa

Coifmannwildwatching

«Se l’uomo è mortale, la colpa è del camaleonte. Racconta un’antica leggenda africana che i primi uomini mandarono due messaggerri al dio Somandhla. Erano Nwabu, il camaleonte, e Ntuli la lucertola. Avevano un incarico preciso. Nwabu andava a chiedere che l’uomo diventasse immortale. Ntuli doveva chiedere esattamente il contrario, che la vita umana non fosse illimitata, per lasciare spazio alle nuove generazioni. Il caso volle che il camaleonte si attardasse troppo lungo la strada e la lucertola giungesse per prima. Somandhla esaudì il suo desiderio. E così l’uomo divenne immortale.»

Gli amanti della scienza e degli animali devono fare i conti da un anno con l’assenza della grande capacità divulgativa di Isabella Lattes Coifmann.

Nata a Milano nel 1912 da genitori immigrati dalla Russia, Isabella Lattes Coifmann si laurea in Scienze Naturali all’Università di Napoli, da cui viene estromessa nel 1938 in seguito all’emanazione, da parte del regime fascista, delle leggi razziali. La giovane laureata inizia, sotto diversi pseudonimi, un’intensa collaborazione con la rivista scientifica Sapere della Hoepli.

Nei difficili anni della Seconda guerra mondiale, Coifmann si improvvisa maestra per insegnare ai bambini ebrei a leggere e scrivere. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni scientifiche, al termine del conflitto intraprende con convinzione la carriera giornalistica per comunicare i suoi primi pionierstici studi di etologia. Dall’aprile del 1963 al settembre del 1982 collabora con il giornale Il Mattino di Napoli, firmando più di quattrocento articoli di scienza e natura. Amata dal grande pubblico per il suo stile limpido e costantemente pervaso da una sottile ironia, nel 1981 approda sulle pagine di Tuttoscienze, ove firma il primo articolo in concomitanza con la nascita dell’inserto scientifico.

Con uno stile unico, autorevole e al tempo stesso divertito, questa amica degli animali raccontava abitudini e comportamenti del regno animale, dimostrando un’incredibile sensibilità per i piccoli dettagli. Per chi non vuole dimenticare la prosa avvincente dei suoi reportage, o per chi non ha mai avuto la fortuna di leggere i racconti di Isabella Lattes Coifmann, consiglio il bel libro WildwatchingI miei viaggi tra gli animali. Il volumetto raccoglie un’attenta selezione dei quaderni di viaggio della grande etologa, in un itinerario ragionato che dalla calda terra d’Africa ci porta alle fresche brezze delle Galapagos, passando per l’insospettabile fauna di una metropoli come San Francisco.

Il libro non offre solo l’opportunità per imparare qualcosa di più sull’incredibile complessità dei comportamenti animali, ma anche la possibilità di conoscere meglio l’affascinante personalità della Coifmann. Forte e decisa, testarda a sufficienza da partire da sola per il caldissimo e umido Borneo, e pronta a compiere estenuanti scarpinate nella jungla per osservare in prima persona il comportamento dei primati.
Isabella Lattes Coifmann era una vera inviata speciale della natura, estremamente colta e sempre disponibile a condividere le sue conoscenze con tutti coloro che fossero interessati ad ascoltarla, o leggerla.

«Voliamo su una natura così fantastica che sembra appartenere a un altro pianeta. Montagne squadrate e brulle sulla cui cima par di vedere castelli turriti, cattedrali e minareti. Ma è solo un’illusione ottica. Qui non c’è nulla creato dalla mano dell’uomo, tranne il sentiero scosceso che attraverso mille tortuose giravolte porta a Supai, il pittoresco villaggio dove vive ancora oggi una tribù di indiani Havasupai, che fa parte ormai del folklore locale.
Ogni tanto, tra quelle strane forme montuose dalle pareti stratificate, che sembrano tagliate con l’accetta, riarse e senza vita, si apre una parentesi di azzurro, un laghetto, uno specchio d’acqua. E poi appare e scompare, come se giocasse a nascondino, il nastro serpeggiante del Colorado, l’artefice di tanta meraviglia, che scorre giù giù in fondo a una gola profonda.»

Ebony and Ivory

Avoriofrodo Dopo una difficile mediazione, Ciad e Zambia sono finalmente riusciti nel loro intento di creare un ampio consenso tra gli stati africani per imporre un divieto di vendita dell’avorio per i prossimi nove anni. Il documento, proposto "a nome dell’Africa" dai due stati, è stato prontamente ratificato dalla CITES (Convenzione sul Commercio internazionale delle Specie minacciate), un forum permanente delle Nazioni Unite cui aderiscono oltre 170 paesi.

L’accordo entrerà in vigore non appena saranno terminate le consegne in Giappone delle ultime 50 tonnellate di avorio, provenienti da Sudafrica, Zimbabwe, Botswana e Namibia. Formalmente quest’ultimo carico è costituito esclusivamente da avorio ricavato da animali deceduti per cause naturali. La CITES non ha avuto da eccepire su quest’ultima consegna, rilevando l’atteggiamento costruttivo degli stati africani implicati in questi ultimi anni. Le politiche di controllo contro la caccia di frodo paiono funzionare e le colonie di pachidermi si stano lentamente ripopolando.

Secondo molte ONG e associazioni ambientaliste la situazione è molto distante da quella prospettata dalla CITES. Ogni anno 20.000 elefanti vengono abbattuti per ricavare avorio che, attraverso oscuri passaggi al mercato nero, raggiunge molti stati asiatici e occidentali non autorizzati all’importazione. L’atteggiamento di alcuni stati africani confermerebbe ciò che affermano le ONG. In particolare lo Zimbabwe continua a distinguersi come il paese con il più alto tasso di transazioni illegali per l’avorio.

La tregua di 9 anni potrà costituire un’ottima opportunità per centinaia di colonie di elefanti solo se gli stati africani vigileranno severamente sulla caccia di frodo. Questa sacrosanta fase di "proibizionismo" rischia infatti di acuire ulteriormente il fenomeno del bracconaggio, specie laddove esistono connivenze tra autorità locali e cacciatori abusivi.
C’è da rilevare, infine, che il provvedimento africano ratificato dal CITES non tiene conto dell’altra faccia del problema: i paesi importatori. Intervenire sulla domanda è la sfida che in nove anni le Nazioni Unite possono, e probabilmente devono, vincere.

La scienza che diverte

Spangler “Ok, Mark, ora aggiungi la soda caustica. Tranquillo, il tuo bel completo firmato non dovrebbe rovinars… ops!”
Steve Spangler è uno degli scienziati-divulgatori più famosi d’America, e il giornalista Mark Koebrich che lo assiste nel corso dei suoi esperimenti lo sa bene.

Nella sua lunga carriera, che l’ha portato a partecipare a oltre 240 spettacoli televisivi, Steve Spangler ha raccontato la scienza come pochi hanno fatto negli Stati Uniti. Utilizzando piccoli esperimenti, facilmente riproducibili dagli stessi telespettatori, Spangler spiega con parole semplici e immediate le principali leggi della fisica, il comportamento dei polimeri, le regole base della chimica e il funzionamento delle nuove tecnologie.
La rivista TIME ha inserito (su votazione popolare) il nome del divulgatore nella classifica delle 100 persone più influenti del 2007. Grazie alla notorietà raggiunta con l’esperimento Mentos + Diet Coke, che consente di creare un geyser casalingo di CocaCola, Spangler si è piazzato al 18° posto della classifica, superando Brad Pitt (19°) e il candidato alla Casa Bianca Barack Obama (20°).

Ogni settimana, dagli schermi di 9News-Colorado, Steve Spangler conduce un breve spazio televisivo dispensando pillole di scienza. Ma la missione di questo science-magician non è solamente televisiva. Convinto sostenitore dell’importanza pedagogica dell’insegnamento della scienza per i ragazzi, Steve Spangler ha ideato e progettato un ampio catalogo di giocattoli scientifici per diffondere la cultura delle scienze tra i giovanissimi. Ha creato “Science Summer Camp“, un campo estivo aperto a ragazzi e insegnanti. Mentre al mattino i bambini si divertono con attività sportive e ricreative, agli insegnanti vengono insegnati alcuni esperimenti, che potranno poi proporre ai loro ragazzi nel pomeriggio, supervisionati dagli esperti del campo.

Con il suo programma di divulgazione e insegnamento della scienza ad ampio spettro, Steve Spangler è riuscito nell’incredibile impresa di riavvicinare le nuove generazioni alla bellezza delle scienze, stimolando la curiosità per le leggi che regolano le nostre esistenze e quelle del Pianeta.
Se siete insegnanti, genitori, nonni, zii… non potete perdere l’opportunità di imparare qualcosa sulla scienza con i vostri bambini, naturalmente divertendovi. Sul sito Web di Steve Spangler potete trovare centinaia di semplici esperimenti da ripetere tra le mura di casa, o in classe. Ogni esperienza è descritta nei minimi particolari e, grazie ai video, potrete capirne il funzionamento anche se non siete ferratissimi con la lingua inglese

La Terra respira

Breathingearth Nel romanzo L’orlo della Fondazione, lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov immagina l’esistenza di Gaia, un pianeta simile alla Terra caratterizzato da un ecosistema perfettamente in equilibrio. Ogni elemento che costituisce questo corpo celeste utopico ha una propria coscienza di sé: oceani, fauna, flora e tutti gli altri elementi naturali sono interconnessi tra loro in un continuo flusso telepatico.

Per creare Gaia, Asimov non fece altro che conferire un pizzico di personalità in più a un pianeta che conosceva molto bene, la Terra. Il complesso ecosistema terrestre non ha probabilmente una consapevolezza di sé, ma ha sicuramente la capacità di trasmettere all’umanità, in assoluto l’inquilino più irrequieto che ospita, il suo stato di continuo malessere. Per aiutarci ad ascoltare meglio la cronaca di quella che potrebbe essere la nostra rovina, è nato lo spazio web “Breathing Earth”.
Sul sito della “Terra che respira” è possibile osservare, in tempo reale e sulla base di approfonditi studi statistici, il lento declino verso l’entropia del nostro caro Pianeta. Puntando il mouse su uno degli Stati che costituiscono la cartina interattiva del sito, troviamo vecchie conferme e nuove scoperte. Mentre l’Italia dimostra il proprio deficit demografico, con una morte ogni 52.1 secondi a fronte di una nascita al minuto, l’India sbaraglia la concorrenza con una nascita ogni 1.3 secondi a fronte di una morte ogni 3.5 secondi!

I dati più interessanti per misurare il polso dell’ecosistema terrestre sono comunque forniti dalle emissioni di CO2 nell’aria. In Italia vengono mediamente emesse in atmosfera 1000 tonnellate di anidride carbonica ogni 1.2 minuti, in Germania la medesima quantità viene emessa in metà tempo: 39.2 secondi. Gli Stati Uniti polverizzano ogni record con l’emissione di 1000 tonnellate di CO2 ogni 5.4 secondi, la Cina ogni 9.2, ma il suo trend è in perenne crescita.

Dunque che fare? Dovremo andare raminghi per il cosmo alla ricerca di Gaia, il corpo celeste perfetto immaginato da Asimov, o saremo in grado di capire per tempo che il pianeta perfetto esiste già ed è quello in cui viviamo? Ma soprattutto, per quanto continuerà ad essere così “perfetto”? E intanto la CO2 aumenta.

Link
+ Il sito Breathing Earth

Batterie ricaricabili col PC

UsbcellLeggendo il blog della Tartaruga tecnologica, mi sono imbattuto in questa bella notizia, di cui forse qualcuno di voi avrà già sentito parlare. Un’azienda britannica, la Moxia, ha introdotto da poco sul mercato una nuova generazione di batterie. A differenza delle tradizionali pile ricaricabili, che necessitano di un caricatore esterno, questo nuovo tipo di batterie è dotato di un accumulatore interno che provvede autonomamente al recupero della carica. La batteria è dotata di una spina USB, che consente la ricarica attraverso una comunissima porta USB del computer. Ciò consente di ricaricare uniformemente la pila, senza inutili sprechi di energia dovuti all’utilizzo di trasformatori e riduttori di voltaggio.

Ogni giorno milioni di pile alkaline non riciclabili sono immessi nel nostro ambiente. Gli elementi chimici contenuti in una pila richiedono milioni di anni per stabilizzarsi e ridurre al minimo il loro impatto sull’ecosistema. Questo minuscolo didastro ambientale si ripete per circa 15 miliardi di volte ogni anno, ogni volta che cambiamo le pile alla nostra sveglietta o alla torica elettrica.
Il prezzo di questa nuova generazione di batterie è leggermente più alto rispetto alle tradizionali pile ricaricabili, ma forse ne vale la pena.

Pedi-bus

Bus_gtt Domenica uggiosa quella di oggi, beffardamente ci ricorda un inverno che non abbiamo vissuto. Qui, nel grande Nord della produttività, dei capannoni, dei polentoni, dei “terùn” immigrati, degli extracomunitari, viviamo una giornata senza particolato. L’asse Piemonte – Lombardia – Triveneto ha deciso: niente auto per un’intera giornata.

Sulla prima pagina della Stampa, oggi Tullio Regge esprime tutto il suo scetticismo su una scelta che considera demagogica e completamente inutile per risolvere i gravi problemi delle emissioni tossiche nell’aria. Uno studio scagionerebbe le automobili dallo scomodo ruolo di avvelenatrici dei nostri polmoni.

Non credo che un giorno a piedi possa davvero insegnarci qualcosa sul rispetto dell’ambiente. Alla produzione di PM10 contribuiscono le vecchie caldaie per il riscaldamento delle abitazioni, ma anche le vetuste ruote ferrate dei tram che sferragliano per i nostri centri cittadini.

“Solo mezzi pubblici nelle domeniche a piedi”. Perfetto. Che aspettate? Tutti in strada a fare una bella camminata. Tanto che ci siete, date un’occhiata agli autobus del trasporto pubblico. Chiudete gli occhi e assaporate il bouquet di gasolio e olio bruciato sprigionato dai loro scarichi. Ascoltate nel silenzio il rombo dei loro motori, perennemente fuori norma per emissione di decibel. Ora indovinate l’annata. Sì, dev’essere Iveco del ’97. Dieci anni di invecchiamento. Anche per i vostri polmoni. Buona passeggiata.

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+ Un’occhiata alla cantina autobus del GTT (trasporti urbani di Torino) vi stupirà…

Eutanasia per animali

Castoro_2 Che ci crediate o meno, tra pochi mesi compirà dieci anni l’International Humane Trapping Standard, documento siglato da Canada e Unione Europea nel 1997 per definire con millimetrica precisione le procedure più consone per intrappolare e regalare una dolce morte a un’ampia gamma di animali selvatici. L’edificante lettura di questo decennale documento regala preziose informazioni non solo ai cacciatori desiderosi di ricoprire di calde pellicce l’universo mondo, ma anche al cittadino medio canadese o europeo intento a liberare la propria casa dai topi secondo ferrei principi etici, ma non certo per farne giacconi e soprabiti.

Secondo il protocollo l’eliminazione deve avvenire nella maniera meno cruenta possibile. Per questo motivo viene assunto come parametro fondamentale il tempo che intercorre dalla cattura alla soppressione della preda. Questo lasso di tempo è proporzionale alla taglia della bestiola catturata. Così, mentre un ermellino in trappola deve essere soppresso entro 45 secondi dalla cattura, un malcapitato castoro intrappolato in una tagliola può riflettere sugli ultimi istanti della propria esistenza per 300 secondi, tempo entro cui è contemplata la soppressione di un grosso roditore.
L’accordo bilaterale Canada – Unione Europea sancisce poi valori statistici sul numero di prede catturate: almeno l’80% di esse devono morire secondi i parametri temporali e, nel caso di trappole per la cattura e non l’uccisione, senza che sia inflitto o autoinflitto dall’animale alcun danno permanente.

L’International Humane Trapping è sicuramente nato con l’intento di evitare sofferenze inutili agli animali. Dunque, anche se il protocollo non contempla i topi da appartamento, fatte le dovute proporzioni appare eticamente corretto sterminare i fastidiosi coinquilini entro 30 secondi dalla cattura.
Ma il tempo necessario per il passaggio allo stato di incoscienza può davvero essere un parametro attendibile per una dolce morte? Provate a contare fino a trenta, o trecento.
Insomma, chi lo va a spiegare al nostro castoro che la sua agonia vale 255 secondi in più di quella di un ermellino?

Link
+ Il testo integrale dell’
International Humane Trapping Standard [PDF].