Un topo contro la distrofia

Topocorsa Dieci anni fa un team di ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora (Maryland, USA) era riuscito a dare a un topolino una grande forza fisica, compiendo un grande progresso complessa ricerca dello sviluppo e della crescita degli apparati muscolari. Il risultato era stato ottenuto escludendo dal patrimonio genetico di alcuni topolini il gene con le istruzioni per produrre la miostatina, una particolare proteina in grado di regolare e limitare la crescita muscolare. I topi culturisti ottenuti da questa selezione erano in buona salute e avevano un ciclo di vita simile ai loro parenti più smilzi.

Dopo quel successo, il team guidato dal prof. Se-Jin Lee ha proseguito le ricerche e ha scoperto che stimolando la produzione della follistatina, un’altra proteina responsabile della crescita muscolare, è possibile raddoppiare ulteriormente la crescita muscolare scoperta dieci anni fa. “Se li osservi, i topolini paiono completamente normali, sono solamente un po’ più grossi” ha detto Lee al Guardian.

I muscoli di questi super-topi sono fino a quattro volte più sviluppati rispetto al normale. Le fibre muscolari sono più grandi del 117% e racchiudono un numero maggiore di fasci muscolari, circa il 73%.
Lo scopo della ricerca è lo studio delle dinamiche che portano alla crescita e al deperimento delle fibre muscolari, causato da malattie come la distrofia. Se-Jin Lee dice che: “Questa scoperta potrà aiutarci moltissimo nello studio delle malattie muscolari degenerative e della progressiva perdita di tonicità muscolare con l’avanzamento dell’età”.

Un farmaco per inibire la miostatina è già in fase di sperimentazione clinica per trattare la distrofia muscolare, mentre è allo studio un medicinale per aumentare la produzione di follistatina, il cui ruolo nella crescita dei muscoli è stato confermato dalla ricerca dell’università di Baltimora.
Sono circa 60 i tipi fino a oggi conosciuti di distrofia muscolare e neuromuscolare. Queste patologie aggrediscono muscoli e neuroni, rendendoli progressivamente incapaci di muoversi e di trasmettere informazioni. Al momento non esiste cura e da anni numerosi ricercatori cercano di capire il meccanismo genetico, generalmente ereditario, che porta al manifestarsi della malattia.

Visit Italy

“Pliiis, visit Italy!” Ricordate? Era il videomessaggio del ministro dei beni culturali Rutelli che, con un inglese alquanto scricchiolante, invitava orde di turisti di tutto il mondo all’invasione delle nostre città. Il sogno del ministro era ambizioso: milioni e milioni di turisti pronti a scrostare a colpi di flash monumenti, affreschi, statue, quadri e qualsiasi bene posto sotto tutela dalle soprintendenze di tutta Italia.

Al grido di “Pliiis, visit Italy!”, ho trascorso una settimana in Toscana e Umbria per ammirare un infinitesimo del patrimonio artistico che tutto il Pianeta ci invidia. Durante il mio viaggio ho cercato di mettermi nei panni, anzi nei famigerati sandali, di un turista straniero.
Il primo ostacolo da abbattere per rendere fruibile una visita in terra straniera è indubbiamente quello linguistico. Francesi, tedeschi, polacchi, inglesi, greci, danesi, svedesi, norvegesi… Ho visto decine e decine di turisti stranieri completamente spaesati, trattati come sordi da vigili, ristoratori, guide turistiche incapaci di spiccicare una parola in inglese, ma pronti a urlare più forte nella pia illusione di rendere maggiormente comprensibile il loro italiano.

Il buon senso insegna che se proprio non sei in grado di farti capire, dovresti almeno provvedere a fornire informazioni semplici e coerenti. In molti musei che ho visitato, le tariffe esposte sui pannelli informativi non corrispondevano a quelle realmente applicate alla biglietteria. Ingressi gratuiti per studenti e insegnanti misteriosamente scomparsi, biglietti interi maggiorati senza una precisa indicazione e tariffe ritoccate “sulla parola” dell’addetto alle vendite.
A ciò si aggiunge che gli orari segnalati sui siti dei musei sono spesso differenti da quelli realmente osservati o assoggettati alla volontà dei custodi. Giunto all’una meno dieci alla casa natale del Vasari (Arezzo), ho dovuto visitare di corsa il piccolo museo nonostante l’ammissione fosse fino alle ore 13 e la chiusura dello stesso alle 13.30. I due custodi avevano evidentemente fretta di andarsene al mare.

Con la casa natale di Giacomo Puccini a Lucca ho avuto meno fortuna. Nonostante gli orari riportati sul sito della Regione Toscana, la piccola palazzina era completamente sprangata. Sulla porta d’ingresso c’era questo cartello dall’indubbia eloquenza:

Casapuccini
(clicca per ingrandire)

Una volta tornato a casa, ho fatto qualche ricerca scoprendo che la casa natale di Puccini è sottoposta da alcuni mesi a una profonda opera di restauro. Qualcuno dovrebbe avvisare la Regione Toscana, il cui sito continua a riportare i vecchi orari. Mettere un cartello più decoroso e meno “all’italiana” ci eviterebbe poi i tanti sorrisetti sardonici e il tipico “Tks, Italians...” dei turisti stranieri.

Generalmente non mi lamento per il prezzo dei biglietti di musei, mostre e palazzi storici. In un paese in cui la massiccia presenza di oggetti d’arte ha portato all’assuefazione, direttori e soprintendenze fanno i salti mortali per far quadrare i bilanci ogni anno.
Talvolta, però, le tariffe sono esosamente gonfiate senza un’apparente ragione. È il caso, ad esempio, del Palazzo Civico di Siena la cui visita – non guidata, in ambienti praticamente privi di didascalie – costa 7,00 euro. In fila davanti a me alla biglietteria c’erano 19 persone, in cinque minuti di coda Palazzo Civico ha incassato oltre 130€, non male. La domanda per la visita è enorme e di conseguenza i prezzi salgono..
Se volete visitare la Torre del Mangia, il simbolo di Siena, che appartiene sempre al complesso del Palazzo Civico, dovete ovviamente sborsare altro denaro, il biglietto è a parte. Per arrivare in cima alla torre dovrete salire 503 gradini e ognuno di essi vi costerà più di un centesimo di Euro: 6 euro per la scalinata.

Ah, fate pipì prima di visitare il complesso della Basilica di Assisi.

Assisiwc1 Assisiwc2
(clicca per ingrandire)

Nei miei due minuti di permanenza in quell’ameno luogo ho contato 53 persone, 26 euro. Nel porta-asciugamani di carta speravo di trovare almeno un’indulgenza, ma niente da fare.

Mangiare a colori

Antocianine Scienziati e ricercatori concordano nel sostenere che una buona e corretta alimentazione sia in grado di scongiurare terribili malattie come il cancro. Proteine, carboidrati, lipidi e vitamine sono i mattoni con cui la nostra casa, il nostro corpo, si costruisce e si rigenera quotidianamente. Migliori saranno le materie prime e l’impresa costruttrice, più solida e sana sarà la casa nel tempo.
Dopo anni di studio e numerosi esperimenti in laboratorio, un team di ricercatori statunitensi ha dimostrato che alcuni pigmenti che rendono la frutta e la verdura rossa, viola o blu, rivestono un ruolo fondamentale nel combattere gli agenti cancerogeni.

Melazane Secondo questa ricerca, melanzane, cavoli rossi e mirtilli sarebbero in grado di rallentare la crescita delle cellule tumorali e, in alcuni casi, di disgregarne il nucleo portandole rapidamente alla morte, senza intaccare le cellule sane. I test di laboratorio hanno dimostrato, ad esempio, che una dieta ricca di ravanelli e carote nere è in grado di rallentare fino all’80% la crescita delle cellule responsabili del cancro al colon.
I pigmenti della frutta e della verdura appartengono a una particolare classe di antiossidanti, le antocianine, difficilmente assorbibili dal nostro organismo. Buona parte dei pigmenti viaggia attraverso il nostro stomaco senza essere intaccata dai succhi gastrici, ciò consente alle antocianine di raggiungere l’intestino mantenendo inalterate le proprie caratteristiche e di aggredire con efficacia le cellule tumorali del colon.

Mirtillo Guidati dalla dottoressa Monica Giusti, i ricercatori della Ohio State University hanno estratto un’ampia gamma di antocianine da frutta e verdura caratterizzate da una pigmentazione rossa, blu o viola. Le antocianine sono state poi aggiunte ad alcune cellule del tumore al colon coltivate in provetta.
Maisviola I ricercatori hanno così scoperto che le antocianine contenute nel mais viola sono in grado di dimezzare la velocità di crescita delle cellule tumorali. Altri studi in laboratorio hanno poi dimostrato come una dieta ricca di mirtilli e sorbo nero, generalmente utilizzati per insaporire marmellate e succhi di frutta, sia in grado di ridurre fino al 70% l’estensione delle aree tumorali nel colon.
“Questi cibi contengono numerosi nutrienti e stiamo appena iniziando a scoprire le loro proprietà e i loro effetti sulla salute” ha dichiarato Monica Giusti al Guardian. I risultati di questa prima fase di ricerca, che continuerà con l’analisi di tutte e 600 le antocianine finora conosciute, sono stati presentati all’annuale congresso della American Chemical Society di Boston, una delle più importanti e autorevoli associazioni scientifiche statunitensi.

Quello ottenuto dal gruppo di ricerca dell’Università dell’Ohio è un risultato eccezionale, ma la strada è ancora molto lunga. Se da un lato la bassa capacità di assimilazione da parte del nostro organismo rende le antocianine ideali per coadiuvare la cura del cancro al colon, dall’altro non consente un’altrettanta efficace cura di altre forme tumorali. I ricercatori dovranno quindi trovare una chiave per far circolare nel nostro corpo le antocianine, rendendole maggiormente assimilabili dall”organismo umano.

Ragnus day

I ragni non sono insetti. Proprio così, potranno anche farvi schifo, ma non appartengono alla famiglia degli insetti. Appartengono alla classe degli aracnidi, che a sua volta appartiene al gruppo degli artropodi, di cui fanno parte anche i crostacei. Fortunatamente di ragni con le chele non si ha notizia. Brr…

Fino a oggi sono state catalogate oltre 40.000 specie differenti di araneae (gruppo cui appartengono i ragni), appartenenti a 111 diverse famiglie. Mettetevi il cuore in pace, le probabilità che le incontriate tutte in una vita sono molto basse. L’apparato buccale, ok… La bocca del ragno non è in grado di masticare, in molti casi la tela tessuta serve a predigerire la preda prima di essere ingoiata.
Lo sterminato numero di specie testimonia quanto i ragni si siano differenziati, adattandosi agli ambienti in cui si sono trovati a vivere. Identificarli non è quindi sempre facile. Aguzzate la vista, perché le specie più piccole misurano appena mezzo millimetro. Se vi manca qualche diottria non disperate, il ragno più grande a oggi conosciuto misura la bellezza di 30 cm da zampa a zampa, si chiama Patu Marplesi e vive in Oceania.

Camminando in un bosco quante volte vi è capitato di ritrovarvi la faccia avviluppata in un sottile strato di setosa tela di ragno? Ebbene, sappiate che meno della metà delle specie conosciute di ragni caccia utilizzando una rete. Molti ragni prediligono una tecnica Zen. Restano immobili e mimetizzati fino a quando non identificano una succosa preda e… Zac! La mordono iniettando un veleno molto concentrato in grado di paralizzare all’istante il malcapitato boccone.
Ora penserete: ecco lo sapevo, quelli mi mordono e muoio! Non funziona esattamente così. Tecnicamente quasi tutti i ragni sono in grado di morderci, le loro minuscole mascelle hanno una sorprendente potenza, ma pochissime specie possono rivelarsi letali per l’uomo. Molti sostengono che per capire se si è stati punti da un ragno basta osservare i segni sulla pelle. Due fori, uno per mascella, sarebbero la prova inoppugnabile dell’avvenuta libagione sul nostro corpo. In parte è vero, ma solo se siete stati morsi da una tarantola o da un ragno molto grosso. Per tutte le altre migliaia di specie di ragno sarà impossibile identificare i due forellini sulla pelle per una semplice ragione: le due mascelle distano tra loro pochissime frazioni di millimetro.

Tarantola Ma allora i ragni sono velenosi? Sì, lo sono. Ma velenoso non significa letale. Quasi tutti i ragni dispongono di particolari ghiandole che producono un veleno in grado di paralizzare o uccidere la loro preda. Si tratta, né più né meno, di un insetticida. Sono numerosissime le prede dei ragni, ma noi fortunatamente non rientriamo nell’elenco. Ricordate? I ragni non possono masticare. Anche il più grosso ragno del mondo non sarebbe in grado di ingoiarci in un sol boccone e non credo riuscirebbe a imparare le tecniche della macellazione per ovviare al problema…
Un numero molto ristretto di ragni utilizza un particolare veleno che può causare qualche reazione allergica nel nostro organismo. Si tratta comunque di effetti molto circoscritti e limitati, di gran lunga meno pericolosi della puntura di un’ape o di una vespa. Solo lo 0,05% dei ragni può causare reazioni gravi nel nostro organismo come forte febbre, vomito, vertigine e, in rarissimi casi, la morte. Rischiate molto di più scendendo le scale di casa…

Già, ma la tarantola? Ok, parliamone. Chiamato così solo nell’Europa mediterranea, la tarantola è in realtà un “Ragno Lupo”, per l’evidente pelosità del suo esoscheletro. A creare una pessima fama alla tarantola ci hanno pensato decine e decine di film. Da James Bond a Indiana Jones non c’è eroe di celluloide che non abbia dovuto fronteggiare almeno una volta il temibile ragno lupo. Balle! A oggi si conoscono quasi 800 specie differenti di tarantola e il veleno di nessuna di esse è in grado di uccidere un uomo. Incredibilmente, rischiate molto di più accarezzando un cane con le zecche.
Nessun ragno può essere definito letale per l’uomo. In Australia, patria di alcune specie di ragni più “pericolosi”, l’ultima morte riconducibile al veleno di un ragno è stata registrata nel 1979. L’Atrax Robustus è indicato come il ragno più pericoloso esistente al mondo. Dal 1927 al 1979 ha causato la morte di 13 persone, ma con l’introduzione dell’antidoto al suo veleno, dal 1980 a oggi non sono state più registrate morti riconducibili a questo simpatico untore. Solo in un caso su dieci è comunque necessario utilizzare l’antidoto. Sarà anche un serial killer, ma fortunatamente fa spesso cilecca.

Vedovanera Terminiamo la nostra carrellata con la leggendaria Vedova Nera. Appartiene al genere Latrodectus e se ne conoscono una trentina di differenti specie. Mentre il maschio di Vedova Nera è molto pacifico, la femmina è estremamente aggressiva. A differenza della maggior parte dei ragni, che prediligono la fuga a qualsiasi altra opzione, la Vedova Nera non esita a scattare e mordere quando identifica un potenziale pericolo. Il suo veleno altamente concentrato è 15 volte più pericoloso di quello dei serpenti a sonagli. La quantità che è in grado di iniettare è tuttavia molto bassa e difficilmente può avere gravi effetti sulla nostra salute. Se ne parla molto, e più di altri ragni altrettanto pericolosi, semplicemente perché è presente in quasi tutte le aree geografiche del pianeta.

Non si hanno prove certe sulla longevità dei ragni, ma si stima che in media vivano un paio di anni. La tarantola, se non viene spiaccicata, raggiunge anche i 20 anni di età. Alcune specie preferiscono al chirurgo plastico qualcosa di più radicale e, come i serpenti, sono in grado di cambiare pelle almeno una volta in tutta la loro vita. Non ditelo ai liftati!
Se proprio volete farvi mordere da un ragno non aspettate l’autunno. In quel periodo dell’anno sono forniti di maggiori quantità di veleno. Ciliegina sulla torta: le api uccidono con una frequenza 20 volte superiore a quella dei ragni. Ma almeno fanno il miele.

Al ladro!

Alladro Si dice che non ci sia praticamente nulla al mondo che un bel po’ di soldi non possano comprare. Probabilmente è vero, ma c’è anche chi sostiene che nulla a questo mondo non possa essere rubato. Se siete sopravvissuti a queste due massime, e all’accozzaglia di doppie negazioni, siete pronti per scoprire alcuni dei furti più curiosi degli ultimi tempi.

Quando Marla Maples, la compagna del danaroso Donald Trump, scoprì che più di quaranta paia delle sue preziosissime scarpe erano state rubate, decise di installare una videocamera nella sua stanza da letto per scoprire l’abile ladruncolo. Nel luglio del 1992 la piccola telecamera immortalò l’editore di Marla, Chuk Jones, intento a rubarle l’ennesimo paio di scarpe. Chuk era un feticista dei piedi e nel suo appartamento la polizia trovò centinaia di paia di scarpe che il baldo editore aveva rubacchiato ad amiche e clienti…

Nell’ottobre del 1989, qualcuno si intrufolò in uno dei laboratori della California Polytechnic University di San Luis Obispo (California, USA) e rubò liquido seminale ed embrioni di toro surgelati per la bellezza di 10.000 dollari. Gli embrioni furono ritrovati qualche giorno dopo, ma nonostante una taglia di 1.500$, il liquido seminale del toro non fu mai ritrovato. Brr…

Nell’agosto del 1992 la congregazione della prima chiesa battista di Houston (Texas, USA) decise di cacciare Robert L. White, uno dei reverendi della comunità. Il pastore, che non si oppose a questa sorta di licenziamento, decise di prendersi da solo il suo trattamento di fine rapporto. Grazie all’aiuto di un paio di amici, White riempì tre automobili, un pickup e un rimorchio con tutti gli arredi della chiesa in cui aveva servito il Signore per tanti anni. Tra gli oggetti compresi in questo "TFR fai-da-te" figurarono: i banchi per i fedeli, un organo a canne, tutti i paramenti, gli amplificatori e addirittura il pulpito. Niente male come indennizzo. Amen.

Appassionato di storia dell’aviazione, il maggiore dell’Air Force israeliana maggiore Isgmael Yitzhaki rubò un aereo della Seconda guerra mondiale, pilotandolo fino in Svezia. Qui, a migliaia di chilometri dal museo in cui aveva compiuto il furto, il maggiore riuscì a vendere il velivolo per la ragguardevole cifra di 331,000$. Come riuscì a rubare il velivolo dal museo? Semplice. Convinse il guardiano affermando di dover portare l’aeroplano a riverniciare…

El Dorado County, in California (USA), è un piccolo paradiso in Terra. Affascinati della bellezza e dal rigoglio della natura, Kay Kugler e suo marito B.J. Miller decisero di acquistare quaranta acri di terreno per edificare una piccola casetta. Non disponendo di molto denaro, decisero di acquistare una piccola capanna prefabbricata di tre metri per sei in cui passare le vacanze. Come ogni estate, nel luglio del 2003 la coppia raggiunse El Dorado per passare le ferie in quel piccolo angolo di paradiso. L’angolo c’era ancora, ma la capanna era stata rubata con tutto l’arredamento. Un trasloco in piena regola.

Infine la perla. Keith Bradfor, un tizio di 34 anni originario di Waterfod nel Michigan, amava bere qualche birra in un piccolo pub in stile irlandese. In balìa di una sbornia, Keith entrò a passo svelto e sicuro nella toilette degli uomini e, senza pensarci un istante, strappò letteralmente dal muro il distributore automatico di preservativi. Poi, con invidiabile nonchalance, l’improvvisato ladruncolo attraversò il pub abbracciato al distributore di preservativi. Il bottino? 48 confezioni di preservativi e 127 quarti di dollaro. E la sicurezza di non avere figli per un bel pezzo…

[via Canongate]

Vampiri estivi

Zanza Sfuggire alla calura estiva, specialmente in città, non è impresa da poco. Mentre pochi fortunati si possono permettere di farsi venire una bella bronchite con il loro super-condizionatore, la maggior parte dei comuni mortali deve ingegnarsi per non finire lessata nel corso della notte.
Il nemico giurato del “rinfrescatore casalingo” è l’asfalto che, con invidiabile e sadica generosità, restituisce nelle ore notturne tutto il calore accumulato nel corso della giornata. Nonostante questa stufa al katrame, quando giungono le nove di sera, spalancare finestre, abbaini, persiane e porte diventa un imperativo categorico per rinfrescare casa. Con l’ausilio di ventilatori, tende e riti sciamanici, i più virtuosi riescono ad abbassare la temperatura tra le mura domestiche anche di un paio di gradi, portandosi dagli abituali 36°C alla temperatura artica di 34°C.

Una casa con tutte le finestre spalancate non diventa solamente una discreta galleria del vento, ma anche un ottimo self-service per interi sciami di fameliche zanzare, pronte a banchettare con il sangue che – in balia del caldo estivo – ci ribolle nelle vene. Considerata l’assidua frequentazione estiva, eccovi alcune curiosità su cui riflettere prima di spiaccicare queste odiose succhiasangue con sapienti e misurati colpi di pantofola.
Secondo gli entomologi esistono quasi 3.000 varietà di zanzare, che ricoprono buona parte delle aree climatiche del pianeta dalla tundra artica alle foreste tropicali. La maggior parte amano l’oscurità, ma alcune non disprezzano un bel pranzetto in piena luce diurna. Alcune specie si adattano a particolari e ristrette aree geografiche. È il caso della zanzara della metropolitana di Londra, scoperta nel 1998, che discende da una specie rimasta intrappolata cento anni fa nei primi tunnel dei trasporti sotterranei londinesi.

Un team di ricercatori ha stimato che per prosciugare l’intero ammontare di sangue presente in un uomo adulto, occorrerebbero 1.200.000 punture di zanzara, ma il malcapitato morirebbe molto prima per shock anafilattico.
Quando una zanzara è satolla, uno specifico recettore chimico interrompe la “pompa” aspirante che succhia il sangue. In alcuni esperimenti di laboratorio è stato possibile disattivare questo recettore: le zanzare continuavano ad aspirare sangue fino a esplodere. Utilità dell’esperimento? Vendetta, credo.
A differenza degli umani, i maschi di zanzara sono degli ottimi ascoltatori. Le loro orecchie sono dotate di moltissimi sensori in grado di udire anche a grande distanza il ronzio delle femmine. Intercettata una potenziale compagna, questi latin lover succhiasangue sincronizzano il loro ronzare con quello delle loro prede. In pratica attaccano bottone come al bar…

Per accoppiarsi le zanzare prediligono l’aria. Un rapporto sessuale completo, compresi i preliminari (una danza tra gli spasimanti), dura circa 15 secondi. Dopodiché la femmina va in cerca di un po’ di sangue per recuperare energie e avere una giusta dose di proteine per produrre le uova. I maschi di zanzara sono innocui, salvo non siate una pianta. Sono vegetariani.
Milioni di anni fa le zanzare erano circa tre volte più grandi di quanto non siano oggi. L’apparato visivo è pressoché rimasto invariato e si basa ancora sull’infrarosso. A differenza di quanto si possa immaginare, le zanzare non sono tanto attratte dal sudore, quanto dall’aria che emettiamo quando espiriamo.

Le zanzare sono tra le prime cause di morte in tutto il pianeta. Si stima che ogni anno un milione di persone muoia di malaria dopo essere stato contagiato da una zanzara. Questi insetti veicolano anche altre malattie come la dengue, la febbre gialla e il terribile virus del Nilo. Fortunatamente, il virus dell’AIDS non viene veicolato dalle zanzare per due ragioni: le particelle del virus HIV nel sangue di un uomo infetto sono pochissime e, se anche una zanzara ne succhiasse una parte durante un “prelievo”, sarebbero immediatamente distrutte dall’apparato digerente dell’insetto.
Ultima curiosità, a Komarno (Manitoba, Canada) nel 1984 è stato eretto un monumento alla zanzara. La statua ha un’apertura alare di quasi cinque metri… ma fortunatamente non morde!

Gioco (di parole) a premi

Toyoda Cameriera nel ristorante Hooters di Panama City (Florida – USA), Jodee ha partecipato a un concorso della catena di ristorazione, ideata per premiare i suoi migliori impiegati. Il regolamento diceva che la cameriera che avesse venduto più birra avrebbe vinto una nuovissima e fiammante Toyota.
Per settimane Jodee si è impegnata e ha vinto la sfida aggiudicandosi il premio.

Al gestore del ristorante non resta dunque che accompagnare Jodee al parcheggio per la consegna della sua Toyota, come da regolamento letto e sottoscritto dalla ragazza. Bendata, la giovane cameriera viene guidata fino a una delle piazzole del parcheggio.
Tolta la benda, Jodee scopre la verità. Davanti ai suoi occhi non c’è nessuna Toyota nuova fiammante, ma solo una piccola scatola contenente un “toy Yoda”, una versione giocattolo di Yoda, il maestro Jedi di Guerre Stellari. Il giochetto di parole, sfuggito alla ragazza al momento della firma del regolamento, non piace per nulla a Jodee, che irata si licenzia immediatamente. L’ex cameriera di Hooters ora vuole fare causa al ristorante per l’inganno.

Onda su onda

DipoliUn gruppo di ricercatori britanici ha dimostrato che l’esposizione ai ripetitori dei cellulari (sia GSM sia UMTS) non provoca – almeno nel breve/medio periodo – alcuna patologia. Il test è stato svolto su 158 volontari: 44 persone che dichiaravano di essere molto sensibili all’esposizione da onde elettromagnetiche e 114 individui indifferenti a questo genere di onde. Nei laboratori della University of Essex, la ricercatrice Elaine Fox ha installato un ripetitore per cellulari con il quale ha poi condotto i suoi esperimenti.

Durante lo svolgimento della ricerca, ai volontari è stato richiesto di soggiornare per periodi di 50 minuti nella stessa sala in cui era presente il dipolo (l’antenna) che – all’insaputa dei partecipanti – poteva essere acceso oppure spento. I volontari sensibili alle onde elettromagnetiche hanno dimostrato evidenti stati ansiosi, sentendosi fortemente a disagio in presenza del ripetitore. Eppure, solo in due sono riusciti a dire con certezza quando il dipolo fosse attivo oppure spento.

Secondo Elaine Fox e il suo team, la severità dei sintomi riscontrati nei volontari “sensibili” – comprese tachicardia e forte sudorazione – non dipenderebbe dagli effetti delle onde elettromagnetiche, ma da una forte capacità di autosuggestione, che porterebbe questi soggetti a sentirsi male in presenza di un ripetitore per cellulari.

Almeno nel breve termine, il condizionamento psicologico avrebbe dunque un ruolo fondamentale nell’insorgenza di stati d’ansia negli individui che si dichiarano sensibili alle onde elettromagnetiche. E per Elaine Fox quello dell’autosuggestione può essere un pericolo molto più grande di qualsiasi onda radio: “È giunto il momento di capire quale sia la vera causa di questi stati d’ansia. Molte di queste persone hanno una bassissima qualità di vita. L’autosuggestione preclude la possibilità di cercare soluzioni diverse e concrete per i propri problemi”.

Contro l’oblio

Microscopio Tra le tante malattie degenerative il morbo di Alzheimer è sicuramente una delle più devastanti non solo per chi ne è affetto, ma anche per famigliari e amici che si vedono trasformati in sconosciuti dal malato che non è più in grado di riconoscerli.
L’Alzheimer distrugge progressivamente le cellelule cerebrali, costringendo chi ne è affetto a un lento oblio tale da precludere qualsiasi possibilità di svolgere una vita normale. In Italia sono circa mezzo milione le persone affette dalla malattia, che interessa 18 milioni di individui in tutto il mondo.

Dopo numerosi anni di studio, un team di scienziati della St Andrew’s University (Gran Bretagna) è riuscito nella difficile impresa di fermare gli effetti degenerativi dell’Alzheimer costringendo la stessa malattia a recedere. Naturalmente questo risultato è stato ottenuto in laboratorio, occorreranno ancora anni prima che questa terapia sperimentale possa diventare un farmaco per il trattamento della malattia.
La chiave del successo di questa nuova cura risiede in una particolare proteina, progettata e sintetizzata in laboratorio, basata sulla struttura tridimensionale di altre due proteine responsabili degli effetti degenerativi dell’Alzheimer. “Incollandosi” a una di queste due proteine, la proteina inibitrice ideata dal team di scienziati inglesi impedisce alle proteine del morbo di unirsi e di iniziare la complessa catena biochimica che porta alla progressiva morte delle cellule cerebrali dei malati di Alzheimer.

“Il nostro lavoro di ricerca non si ferma” ha dichiarato con soddisfazione Frank Gunn-Moore, uno degli autori della scoperta, al Guardian. “Continueremo lo sviluppo della nostra proteina inibitrice fino a ottenere un farmaco. Occorreranno ancora alcuni anni di sperimentazione, ma la strada è ormai tracciata”.